Venerdì 15 Novembre 2024 ore 14:00 presso sala Fondazione Comunitaria di Lodi, si è tenuto un interessante confronto tra Comunità Energetiche Rinnovabili, con caratteristiche Solidali (CERS) nelle provincie della pianura lombarda ed emiliana. La CERS “Comunità Solare” cooperativa a mutualità prevalente, impresa sociale ETS, accompagnata da un gruppo d’acquisto (GAS) fotovoltaico, è ufficialmente partita, con i primi impianti e soci consumatori.
E’ stata l’occasione per presentare il lavoro svolto e le prime esperienze di comuni, associazioni, cooperative a Lodi e Piacenza e persino le fondazioni costituite per iniziativa della Diocesi di Cremona nei territori oltre Adda. L’evento ha aperto il Festival dei Diritti, promosso dal Centro Servizi Volontariato della Regione Lombardia, con gli interventi di saluto di Giuseppe Negri, a nome della Fondazione Comunitaria Lodi e di Giuseppe Mancini, per il coordinamento Umanità Lodigiana.
Dopo Riccardo Peasso (vedi VIDEO), che ha ricordato i primi progetti nel mantovano, Giuseppe Dasti ha presentato le 6 CERS (Caravaggio, Soresina, Castelverde, Sospiro, Gussola, Casalasco Viadanese) in corso di costituzione, che si propongono di destinare il 25% degli incentivi derivanti dalla condivisione dell’energia rinnovabile di cui beneficeranno, per finanziare progetti sociali. Le comunità cremonesi hanno saputo aggregare i comuni, le parrocchie e gli enti del terzo settore con il ruolo di soci fondatori: nel complesso sono stati coinvolti 27 Comuni, 27 Parrocchie, 18 ETS, per un totale di 72 enti. Vedi VIDEO Giuseppe Dasti. e la sua relazione.
Per il lodigiano e nel piacentino è nata un’unica Comunità energetica rinnovabile solidale (CERS) di interesse sovracomunale. Costituita il 2 luglio scorso, si chiama “Comunità Solare impresa sociale ETS” ed è una cooperativa, impresa sociale, senza fini di lucro (è un ente del terzo settore iscritto al RUNTS, registro provinciale delle associazioni). Contemporaneamente Legambiente e la rete Umanità Lodigiana stanno aiutando i privati a realizzare gli impianti con il Gruppo Acquisto Solare- GAS fotovoltaico: tutti entreranno in comunità, grazie anche ai contributi europei (40% in conto capitale PNRR nei comuni con meno di 5 mila abitanti). Secondo Andrea Poggio, neo presidente della Comunità, “si può fare, sarà un po’ complesso costituire e, soprattutto, gestire comunità energetiche, ma è anche possibile, utile e vantaggioso come sanno tutti coloro (un milione di italiani) che hanno un pannello solare sul proprio tetto. Installare pannelli solari in comunità è oggi un po’ più interessante, proprio perché lo si fa insieme, come dimostrano le esperienze illustrate nell’incontro”. Vedi VIDEO Andrea Poggio e la presentazione.
La parola alle testimonianze. Uno dei primi impianti solari “comunitari” sarà ospitato dalla Coop socialeIl Pellicano di Castiraga Vidardo, ha ricordato Enrico Castelvecchio, allo scopo di completare l’autosufficienza energetica della struttura di accoglienza e di lavoro. Con i fondi raccolti tra i soci della CERS, si realizzeranno 80 kW di solare. Parte dell’energia prodotta sarà direttamente consumata dal Pellicano, in cambio dell’affitto della superficie impegnata dai pannelli. Inoltre la Comunità Solare condividerà con tutti consumatori di Castiraga Vidardo e della zona di Sant’Angelo i vantaggi (il “premio”) dell’energia elettrica di “vicinato” usata. Infine 1.500 – 2.000 euro all’anno sarà destinato al fondo solidale per progetti sociali nel territorio.
Sandra Milas (assessora al Comune di Brembio) ha illustrato il progetto che sarà portato assemblea cittadina l’11 dicembre e che consiste nel realizzazione dell’impianto (più di 100 kW) è stato chiesto un contributo alla Fondazione Cariplo (20% dei costi) e prossimamente, con l’adesione alla CERS, al GSE (40% PNRR). Ogni cittadino di Brembio, insieme alle attività e alle associazioni, potrà diventare socio consumatore o persino “prosumer” della CERS cioè anche produttore con il nuovo impianto solare.
Per il Comune di Guardamiglio ha preso la parola il consigliere Stefano Ghidini, che sta facendo da pilota anche per i vicini comuni di Santo Stefano Lodigiano e Corno Giovine, appartenenti alla stessa “cabina primaria” di distribuzione elettrica. In tutti e tre i comuni si è già tenuta l’assemblea cittadina e il consiglio comunale di Guardamiglio ha già votato l’adesione a “Comunità Solare”. Insieme alla Fondazione Mezzadri, il Comune intende diventare anche “prosumer” della CERS, con impianti solari realizzati sui tetti delle case popolari e della scuola pubblica. Il Comune inoltre si è fatto promotore presso le imprese del territorio per la realizzazione di impianti importanti con il contributo PNRR. La prima ad aver risposto è stata la società Castagna.
Alberto Nicolini, AD di Castagna Univel spa, dirige media impresa che produce imballaggi (sacchetti e contenitori) in plastica per alimenti proprio a Guardamiglio. Tra i nuovi impianti realizzati dall’industria non mancheranno 880 kW di un impianto che “collegherebbero” virtualmente alla nostra CERS “Comunità Solare” ai consumatori della zona. Tutti ne trarranno benefici: il comune e tutti gli altri consumatori che aderiranno alla “Comunità Solare” potranno ricevere l’incentivo riconosciuto dalla rete elettrica per ogni kWh condiviso quando l’impianto di Castagna produce più di quanto consuma. Nicolini ha inoltre promesso di rinunciare al proprio ulteriore quota di guadagno e di volerlo destinare al “fondo solidale” destinato a progetti sociali per il territorio.
Fabio Zanardo (consigliere delegato del Comune di Cervignano d’Adda, ha presentato le tappe dell’adesione alla “Comunità Solare” e l’intenzione di concedere in comodato d’uso i propri tetti (municipio e scuola) per ospitare impianti solari comunitari in cambio dell’energia consumata direttamente dai propri contatori.
Laura Chiappa, presidente del circolo di Legambiente di Piacenza ha promosso la CERS “Comunità Solare” insieme ai lodigiani e lanciato a sua volta il quinto “GAS fotovoltaici” locale. Per Aurelio Ferrari, presidente della fondazione Danelli, aderire alla “Comunità Solare” realizzando con il contributo di Fondazione Cariplo dei propri impianti sarà indispensabile per affrontare gli elevati costi energetici necessari alla cura e all’assistenza dei ragazzi disabili e degli anziani non autosufficienti.
Ha chiuso l’incontro Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia: “Raccontare queste esperienze ci aiuta a comprendere che l’energia deve essere prodotta e consumata in modo diverso. L’energia rinnovabile prodotta nelle esperienze delle CERS è un’opportunità che ci fa capire come farlo in modo giusto e sostenibile per tutti.” Vedi VIDEO interventi.
Lodi, 21 gennaio 2026. Noi a Lodi facciamo diverso, invece di un unico “Piano urbano per la mobilità sostenibile (PUMS)” ne facciamo due, affidati alla stessa società (il PIM di Milano). Le legge obbliga i Comuni con più di 100 mila abitanti a dotarsi di PUMS, ma suggerisce piani di area metropolitana e accorpamenti territoriali per dotarsi di incisive strategie d’intervento nel medio-lungo periodo (10 anni), al fine di orientare rilevanti risorse pubbliche (regionali, nazionali o persino europee) per la realizzazione di opere infrastrutturali per realizzare un cambiamento significativo verso una mobilità sostenibile, con obiettivi quantificati e misurabili nel tempo (viene richiesto un monitoraggio biennale dei piani, per individuare ritardi, criticità e prevedere correzioni di tiro).
Le associazioni che partecipano alla Consulta Ambiente del Comune di Lodi (ALAUS, Fiab, Legambiente, Movimento contro la Fame nel Mondo, Verde Bottiglia, Animum Ludendo Coles), opportunamente coinvolte dal Comune poco prima delle vacanze di Natale, hanno espresso le seguenti valutazioni:
“… la coerenza tra i due piani si riconosce nella quasi totale assenza di proposte di rilevanza strategica, capaci davvero di governare i cambiamenti epocali della mobilità.”
E poi ancora:“Le associazioni della Consulta invitano sia l’amministrazione Comunale di Lodi, che quella Provinciale:
alla collaborazione istituzionale e a condividere anche percorsi partecipativi comuni alla redazione ed elaborazione dei due rispettivi PUMS.
a richiedere di implementare sia i primi documenti strategici che le due simili Relazioni Ambientale strategiche presentati dal PIM con proposte di piano e infrastrutturali di rilevanza strategica, capaci davvero di rendere evidente l’orientamento verso la sostenibilità climatica e sociale del PUMS, definendo e coinvolgendo interlocutori e stakeholders interessati, individuando condizioni, risorse necessarie e tempi di attuazione delle principali proposte.”
Dobbiamo essere coscienti che già oggi il 30% della popolazione (media nazionale) lamenta rinunce nelle occasioni di lavoro, studio, cure sanitarie o relazione e svago, a causa dei costi o limitazioni dei servizi di mobilità (vedi Osservatorio Stili Mobilità Legambiente-Ipsos). Il PUMS avrà consenso se dà speranza di miglioramento di vita a Lodi nei prossimi anni. Se tutto rimane uguale, finiremo per litigare per il parcheggio di fronte a casa o per l’inutile apertura a senso unico di un sottopasso.
Ecco alcune proposte strategiche minime, alcune delle quali neanche nuove, ma assenti dal piano o, se citate, poco valorizzate. Il nostro fine è contribuire a un dibattito pubblico positivo, come quello che già si è aperto sui giornali nelle scorse settimane.
Oltre ai lavori in corso per il doppio binario sulla medio padana (Codogno-Mantova), chiediamo di introdurre nel PUMS il quadruplicamento della linea ferroviaria Tavazzano – Lodi (già previsto nel piano strategico RFI). Sul tema si sono espressi Comitati pendolari, istituzioni (Consiglio Regionale) e alcune forze politiche. Bene: è possibile che sia l’inizio della “metropolitana” Lodi-Milano? Perché RFI, TreNord e i Comitati Pendolari non sono previsti nel percorso del o dei PUMS? E’ da notare che sulle quasi 70.000 uscite quotidiane dai confini provinciali, oltre 46.000 sono dirette verso la provincia di Milano, 21.000 all’interno del Comune capoluogo: ma meno di un quarto prende il treno (dati 2020, probabilmente influenzati anche dalle restrizioni Covid).
Le stazioni ferroviarie del territorio devono divenire hub di mobilità sostenibile (con una strategia unitaria e integrata in tutto il lodigiano (e sud Milano) – quindi non solo dotati di capienti parcheggi auto, ma anche fermate TPL, taxi, sharing e una attenzione particolare alla presenza di servizi aperti e alla sicurezza. Il PUMS di Lodi presenta proposte importanti, ma tutte le altre stazioni? Nel lodigiano ci sono 12 comuni che gravitano (10 minuti a piedi) attorno a 9 stazioni. E’ da prevedere un hub anche a Sant’Angelo Lodigiano (linee bus Lodi-Pavia). L’Agenzia TPL, i Comuni e la Provincia, cosa possono o debbono fare insieme per costruire 10 hub di interscambio?
Implementare offerta ferroviaria (non bastano rotaie, ci vogliono treni, orari, biglietteria, abbonamenti integrati, servizi associati): i programmi vanno concordati e negoziati con Trenord, con l’Agenzia TPL e richiederanno risorse locali. Quali innovazioni si debbono introdurre nell’offerta (integrata) e come sostenere la domanda, specie presso le stazioni più piccole, dove la necessità è più debole?
Servizi TPL di linea con deviazioni a domanda e servizi a domanda anche con mini bus e van. Nel cremasco è attivo autobus a chiamata che si chiama MioBus ed è gestito da Autoguidovie. In diversi piccoli comuni sono attivi servizi (per anziani e disabili) gestiti anche con accordi con associazioni, cooperative sociali, volontari. Come sostenerli e estendere tali soluzioni? Quali servizi innovativi istituire (sharing ad esempio), quale forme decentrate e promosse dal basso promuovere?
In ambito urbano (come Legambiente e Fiab hanno scritto al Comune di Lodi) vanno previsti piani per la mobilità pedonale, oltre all’implementazione del piano per la mobilità ciclabile. Un piano che preveda il ridisegno dei percorsi e degli spazi pubblici (strade e piazze) a priorità ciclo-pedonale, un programma di cura e manutenzione (anche e soprattutto per l’utenza debole): lo stesso PIM (dati Regione Lombardia) ci fa osservare che la mobilità pedonale rappresenta oggi quasi la metà degli spostamenti interni alla città di Lodi. Ebbene, il PUMS di Lodi non dedica metà della sua attenzione alla mobilità sostenibile ciclo-pedonale. Abbiamo presentato la richiesta di garantire l’accessibilità ai quartieri ed ai servizi a tutti con tempi di percorrenza massimi di 15 minuti a piedi (“Citta dei 15 minuti”). Devono essere rimosse le barriere (attraversamenti pedonali e ciclabili di tangenziali, ferrovie o – quando possibile – corsi d’acqua) oppure aperti nuovi servizi (come farmacie, scuole o Casa di Comunità). In tutti gli altri casi (a causa di barriere, necessità occasionali, disabilità) devono essere garantita una ridondante offerta di servizi TPL, ciclabili, servizi alla domanda (taxi, sharing…) e – ultima ratio – l’accessibilità con auto privata e parcheggio, a condizioni e prezzi calmierati.
Si debbono progettare parcheggi (anche multipiano) al fine di intercettare le auto dirette nei centri cittadini o presso le stazioni, soprattutto a Lodi e nei centri maggiori.
Sicurezza stradale: i dati provinciali (2021 e 2022) misurano un aumento di tutti gli indicatori: incidenti lievi, incidenti con feriti e morti, che coinvolgono soprattutto automobili, ma anche e soprattutto ciclisti, più dei motociclisti e i pedoni. La strada più (frequentata e per questo più) pericolosa è la statale della via Emilia, soprattutto nel tratto a doppia corsia tangenziale a Lodi. Urge la messa a dimora di telecamere di controllo e la predisposizione di attraversamenti pedonali e ciclabili, oltre al sovrappasso della rotatoria della Faustina, vero nodo di traffico che provoca un aumento del traffico di attraversamento parassitario del centro cittadino.
Per la mobilità delle merci e logistica, il PUMS, come già prima il PGTP, sembra ignorare completamente la ferrovia. Il raddoppio dei binari lungo la tratta Codogno-Mantova è parte di un corridoio ferroviario pensato anche per le merci (Pavia-Cremona-Mantova), che si connette con Genova, Piacenza, Milano e Verona. Si potrebbero così valorizzare gli scali esistenti e le derivazioni ferroviarie di Casale, Codogno, Bertonico e, persino Lodi. Invece il PGTP e il PUMS si concentrano solo sul trasporto merci su gomma, con la previsione di nuovi grandi capannoni di logistica e logistica industriale (e relativo consumo di suolo) disseminati anche a dieci o più chilometri attorno alle ben 4 uscite autostradali (Melegnano, Lodi e Sant’Angelo, Casalpusterlengo e Guardamiglio.
Desideriamo contribuire ad un PUMS (o due coerenti) forte e impegnativo, con unica regia che accomuni Provincia e Comune di Lodi, capaci di aprire interlocuzioni “forti” con le istituzioni maggiori (in primis la Regione), e di cercare bandi e finanziamenti nazionali ed europei e, prima ancora, conquistare il forte sostegno degli stakeholders, dell’opinione pubblica e, quindi, della politica nel territorio. Senza ambizione non si fanno grandi passi avanti, al più si regola il traffico.
In allegato le Osservazioni mandata da Legambiente alla Provincia di Lodi sui primi documenti strategici presentati.
In un mese raccolte ben 601 firme di residenti e fruitori e 1.200 on line contro l’apertura alle auto. A Lodi cresce l’inquinamento auto nel 2025, seconda solo a Milano in Lombardia. Legambiente chiede al Comune un cambio di marcia: non possiamo perdere l’occasione del nuovo piano (PUMS) per ridurre traffico e inquinamento.
Da un mese, dal 23 novembre, tutte le domeniche mattina, il Comitato contro l’apertura al traffico del sottopasso della Bassiana organizza un presidio per raccogliere firme (con carta identità per documentare la residenza) solo tra i ciclisti e pedoni fruitori del sottopasso: ieri mattina, domenica 21 dicembre, ne sono state raccolte 601 firme uniche. Firme che si affiancano e in parte sovrappongono alla petizione su change.org: a ieri 1.207 firme on line. Molti, tra i fruitori, affermano che non passeranno più a piedi quando e se il sottopasso si aprisse al traffico. Per un confronto sarebbe sufficiente contare i passaggi pedonali e ciclabili al vicino sottopasso carrabile di via San Colombano.
Non avendolo fatto gli studi di Piano (PUMS), con una semplice App sul telefonino abbiamo provato a contare i passaggi al sottopasso lungo via Tiziano Zalli. Ad esempio, domenica 7 dicembre dalle ore 10:45 alle 11:45: Pedoni verso sinistra: 58 Pedoni verso destra: 51 Biciclette verso sinistra: 24 Biciclette verso destra: 27 Totale 160 passaggi in un’ora: tanto per una fredda domenica mattina d’inverno, con le scuole chiuse, pochissimi pendolari. Sino alle 11.15 – 11.30 del mattino prevalgono i passaggi da via Zalli verso corso Mazzini (quindi verso il centro), più tardi al contrario.
Cresce a Lodi l’inquinamento delle auto
Lodi è una piccola città di pianura, presa d’assalto dalle auto solo in alcune fasce orarie settimanali: quando si muovono i pendolari e si accompagnano gli studenti con l’autista (anche alle superiori). E quindi cresce l’inquinamento.
i dati raccolti dall’1 gennaio al 18 dicembre dalle centraline di rilevamento certificate di Arpa Lombardia confermano anche per il 2025 il trend complessivamente in miglioramento registrato negli anni precedenti. Come negli anni precedenti, nel 2025 sarà rispettato ovunque il limite annuale per il PM10 (40 microgrammi/m3) con concentrazioni che nella maggior parte delle città capoluogo saranno paragonabili o inferiori a quelle registrate nell’anno 2024. Permarranno ancora superamenti del limite sul numero di giornate (35) con concentrazione media superiore a 50 microgrammi per metrocubo: sforano Milano (64 giorni), Lodi (47), Monza (46), Cremona (44).
A Lodi è inquinamento provocato soprattutto il traffico. A Lodi ci sono 2 centraline: via Vignati e Sant’Alberto. Quella che “sfora” i limiti è la centralina di via Vignati (nel cortile della scuola, lungo i “passeggi”, dove si formano – un’ora al giorno – all’uscita dalle scuole e dal centro) code di auto ed autobus con motore acceso. La centralina di Sant’Alberto è invece collocata in zona periferica e più lontana dalle strade trafficate, per misurare l’inquinamento di fondo. Quindi anche il particolato e i nitrati provocati dall’agricoltura e dal riscaldamento (a metano e caminetti).
Il Piano per la mobilità sostenibile (PUMS).
Il Piano, di cui è stato finalmente pubblicato dopo 2 anni il Rapporto Ambientale e i primi elaborati, è sostanzialmente una prosecuzione dello status quo. Carente nella documentazione e poco ambizioso. Basti ad un dato, tra i tanti: si presuppone da oggi al 2030 un aumento del traffico auto del 6,5% (calcolato su base regionale!). Si stima (senza spiegare come e perché) che le azioni di piano comportino una riduzione del traffico del 5%. Quindi il piano prevede un aumento del traffico auto dell’1,5% al 2030.
Non è molto meglio l’analogo proposta di PUMS, elaborato sempre dal Centro Studi PIM di Milano, che sta scrivendo la Provincia: scarsa documentazione, poco trasporto pubblico e nessuna ambizione di cambiamento.
Legambiente chiede al Comune e alla Provincia di intervenire sui tecnici che stanno lavorando sul Piano per implementarlo con nuove proposte e soluzioni all’altezza dei problemi da affrontare: la mobilità è un diritto, la mobilità sostenibile è una necessità, è parte del welfare, è valore territoriale, è equità. Non può essere tutta delegata alla spesa delle famiglie che si debbono acquistare l’automobile e debbono mantenerla. La mobilità è oggi un servizio al 90% delegato alla spesa privata delle famiglie.
Questa è la differenza fondamentale tra i vecchi “piano del traffico” e i nuovi “piani della mobilità sostenibile” (PUMS) che in Italia e in Europa debbono servire per implementare l’offerta di mobilità per tutti e indirizzare gli investimenti pubblici e le nuove opere infrastrutturali nelle ferrovie, nel trasporto pubblico e nella mobilità pedonale, ciclabile e motorizzata. I PUMS del Comune e della Provincia, quale nuovo investimento pubblico significativo si propongono da qui a 10 anni? Leggendo nei primi elaborati dei PUMS non lo abbiamo capito.
Legambiente ha presentato le Osservazioni ufficiali alla proposta di PUMS elaborata dal centro studi PIM: un lavoro mediocre. Il Comune e la Provincia hanno sbagliata ad affidarsi al PIM. Il lodigiano si merita di più. Abbiamo un anno per correre ai ripari e far lavorare i tecnici su proposte più serie e ambiziose per muoverci di più, meglio e in sicurezza entro dieci anni.
Il Comune di Lodi ha pubblicato, dopo due anni di lavoro, il Rapporto Ambientale e i primi documenti programmatici del Piano Urbano per la Mobilità Sostenibile (PUMS) il primo novembre: oggi, 16 dicembre 2025, scadevano i termini per presentare le osservazioni, nella quasi generale disattenzione della città, preoccupata soprattutto dall’annunciata chiusura per sei mesi del ponte sull’Adda. E’ andata ancora peggio per il PUMS provinciale, che ha chiuso la fase di consultazione sui primi documenti con appena una quindicina di osservazioni, quasi tutte di comuni ed istituzioni.
Diciamo subito che si tratta di elaborati di piano mediocri, senza ambizione, in particolare quello provinciale. Gran parte della documentazione propedeutica raccolta è simile, anzi tante pagine sono proprio uguali. D’altra parte entrambi i piano sono stati affidati al PIM di Milano, un’associazione di enti locali, per evitare l’affidamento come gara pubblica. Il PIM aveva predisposto lo studio sul traffico per il nuovo supermercato dell’Esselunga a Lodi. Ma anche dal’esperianza regionale e nazionale Legambiente il PIM non è famoso per saper elaborare PUMS seri e ambiziosi. Già due anni fa Legambiente aveva espresso perplessità per la scelta del PIM e, in aggiunta sull’opportunità di due percorsi di piano, pagati due volte.
Si deve sapere che la legge obbliga ad elaborare PUMS solo le città con più di 100 mila abitanti e invita le città (Lodi ha 46 mila abitanti) ad associarsi al territorio contiguo: avrebbe avuto senso unire le forze ed affidarsi ad uno studio professionale più serio e capace di sviluppare un lavoro che ci aiutasse davvero a superare i problemi di mobilità del lodigiano.
Cosa serve il PUMS?
Il PUMS, come previsto nelle “Linee Guida” europee e dalla legge italiana, dovrebbero accompagnare per i prossimi 10 anni le aree urbane e i territori, a cambiare la mobilità in modo socialmente e ambientalmente sostenibile: per questa ragione sono piani strategici, che debbono mettere al centro la mobilità attiva (pedonale e ciclabile, nei centri abitati) e il trasporto pubblico. Redigere il piano è prerequisito per poter richiedere alla Regione, al Governo e all’Europa significativi investimenti per il trasporto pubblico (treni, linee autobus, hub intermodali). Da una prima letture dei documenti non ci sembra emergere né nuovi orientamenti strategici, né un rilancio significativo del trasporto pubblico. Interessante, ma ancora poco ambizioso, lo sforzo per rendere più accessibile e funzionale la stazione di Lodi.
Se il Piano servisse per raddoppiare tra dieci anni (sino a 4 binari) le rotaie tra Melegnano e Lodi, raddoppiando i treni (ogni 15 minuti), sarebbe un successo insperato e da solo giustificherebbe lo sforzo.
Le Osservazioni di Legambiente
Alcune azioni di piano proposte per Lodi sono interessanti: i quartieri 30 all’ora (per la sicurezza), il completamento delle piste ciclabili, il piano della sosta (sempre che venga poi fatto rispettare). Manca completamente la mobilità pedonale, manca una visione di futuro per rendere davvero accessibile per i pedoni non solo tutto il centro storico, ma anche i quartieri più densamente abitati e quelli oltre la ferrovia e l’Adda.
Legambiente propone per Lodi la strategia della “Città dei 15 minuti”, inventata dall’urbanista Carlos Moreno, per rendere accessibile a tutti (tutti i quartieri, tutti gli strati sociali) i servizi indispensabili alla vita urbana quotidiana: a quindici minuti si deve poter raggiungere a piedi il luogo di lavoro (o la stazione), la scuola, i negozi alimentari, il giardino pubblico, il servizio sanitario (ambulatorio o farmacia) e, ad orari diversi, cinema, teatro o il luogo di aggregazione. Prima ancora che ambientalista, la città Città dei 15 minuti è accessibile, è una proposta di democrazia e uguaglianza. E se non è possibile deve esserci il mezzo pubblico. Lo spostamento con l’auto privata è il più dispendioso per le famiglie: i costi reali delle auto nuove e della benzina sono cresciuti dell’80% in vent’anni, mentre il reddito medio degli italiani è fermo da trent’anni.
“Per Lodi, c’è una buona notizia. Lodi è già, per 2/3 degli abitanti almeno, una città dei 15 minuti a piedi” – si dimostra nel documento di Legambiente, che si può scaricare qui sotto. Ma per rendere accessibili i servizi quotidiani (e la stazione treno e autobus) a tutti si debbono connettere i quartieri periferici e soprattutto rimuovere le barriere: i sottopassi pedonali e ciclabili (stazione e via Piermarini) sono insufficienti e non vanno intasati di traffico auto, e la mobilità ciclo pedonale sull’unico ponte cittadino va migliorata.
Altro che aprire al traffico il sottopasso pedonale e ciclabile di via Piermarini. Piuttosto va diviso il percorso ciclabile da quello pedonale. Ma soprattutto il Comune deve richiedere al PIM di recuperato il tempo perso in questi due anni e pretendere dai tecnici che diano la giusta centralità all’accessibilità pedonale (e ciclabile) a tutti i quartieri e a tutti i servizi e alle destinazioni di interesse quotidiano a Lodi.
La Coop “Comunità Solare” ha superato 100 impianti in Comunità energetica solidale a Lodi, Piacenza e territori limitrofi: con i primi 30 impianti realizzati, inizia la campagna soci consumatori.
Domenica 30 si è chiuso il Bando dei fondi europei del PNRR per accedere ai contributi a fondo perduto (sino al 40%) per la realizzazione di impianti rinnovabili al servizio di comunità energetiche. Oggi a bando chiuso, i soci della nostra comunità – cooperativa hanno già realizzato o ordinato 108 impianti fotovoltaici per una potenza totale di 3.581 kW, distribuiti in tutte la cabine di distribuzione elettrica della provincia di Lodi, quasi tutta la provincia di Piacenza e in alcuni comuni del pavese (Landriano, Siziano e Bascapé) e del Milanese (Melegnano, Vermezzo e Gudo Visconti, Seregno e Desio): vedi www.coopsolare.it).
Il primo impianto fotovoltaico “comunitario”, realizzato a ottobre 2025 presso Il Pellicano a Castiraga Vidardo (LO)
In particolare:
36 impianti fotovoltaici già realizzati per un totale di 520 kW;
282 contatori di soci consumatori della comunità, in forte crescita da ottobre scorso;
6 comuni, 9 associazioni o fondazioni, 6 parrocchie o enti religiosi, 4 cooperative sociali, 22 PMI e tante famiglie;
4 impianti comunitari (di proprietà indivisa dei soci), di cui 2 già realizzati (160 kW);
sui 108 impianti: 96 domande contributo al PNRR (33 già approvati o realizzati), 12 realizzati o in cantiere con detrazioni fiscali o senza agevolazioni;
le prime 8 configurazioni riconosciute o in corso (ci vogliono 6-8 mesi!).
Gli impianti con il contributo 40% PNRR devono essere realizzati entro la prossima primavera. “Siamo tra le poche CER in Italia – ha ricordato Andrea Poggio, presidente della Coop Comunità Solare – ad aver raccolto l’adesione di così tanti soci produttori in un territorio limitato a due provincie. E’ un punto di forza che ci consente di creare comunità “vere”, di soci che possono davvero scambiarsi energia “a chilometro zero”, tra soci che si conoscono. E quindi di sviluppare insieme progetti territoriali.”
E’ ora il momento per l’adesione dei soci consumatori.
A promuovere la campagna di adesione alla coop Comunità Solare saranno gli stessi soci: le scuole che ospitano il solare inviteranno le famiglie degli alunni ad aderire, le parrocchie la propria comunità, le piccole e medie imprese i propri dipendenti e ogni famiglia i propri amici o vicini. I Comuni aderenti inviteranno i cittadini e le attività commerciali o artigianali. I negozi i loro clienti. I primi ad essere interessati ad avere tanti consumatori sono proprio i soci produttori della comunità. Perché? É semplice: se aumenta l’adesione, aumenta la condivisione dell’energia tra soci e proporzionalmente il premio incentivante di 13 centesimi per ogni kWh scambiato e quindi il “Fondo Solidale” disponibile per il territorio.
Possono aderire tutti i titolari di un contatore elettrico nei territori delle provincie di Lodi, Piacenza, del pavese (Landriano, Siziano e Bascapé) e di alcune zone del milanese (Melegnano, Vermezzo e Gudo Visconti, Seregno e Desio).
Come si fa ad aderire? In 3 modi:
compilare il modulo che si trova sul sito www.coopsolare.it facendo click sul bottone arancione “RICHIEDI ADESIONE” in alto a destra, e segui le istruzioni;
inviare tramite WhatsApp al numero 334 2367802
oppure alla mail info@coopsolare.it i propri dati e la la scansione della
• Carta di Identità / Codice Fiscale
• Ultima bolletta della luce
– si potrà ricevere la domanda di adesione pronta per essere firmata: insieme alla lettera firmata si dovrà versare almeno una azione di cooperazione pari a € 25,00 (una tantum e restituita al recesso).
Le richieste contributo PNRR – CER hanno splafonato lo stanziamento. Siamo fiduciosi su un esito positivo.
É stata un brutta vicenda, di improvvisazione e poca lungimiranza. Sulle CER erano stati stanziati 2.200 milioni di euro. Ai primi di ottobre ne risultavano prenotati appena 475 milioni. E il governo, temendo di non spendere i soldi, ha programmato una redistribuzione dei fondi lasciando alle CER appena 785 milioni. Che sono stati superati alla sera del 20 novembre.
Tra il 20 e il 30 novembre, le domande sono impennate, anche duemila nuovi impianti al giorno, sfiorando i 1.500 milioni. Quasi il doppio dei fondi ormai disponibili. I rappresentanti del Ministero (MASE), partecipando al convegno “Forum QualEnergia” indetto da Legambiente ieri a Roma ha assicurato una rassegnazione dei fondi del PNRR per cercare di finanziare il più possibile delle domande.
Siamo fiduciosi che il governo restituirà parte degli stanziamenti previsti per le CER anche per evitare che parte dei fondi PNRR a fondo perduto vengano persi dall’Italia. Non ce lo possiamo permettere.
L’inquinamento causato dai fornelli a gas nelle nostre cucine accorcia la vita di 12.706 italiani ogni anno, molto più che in qualsiasi altro paese d’Europa, secondo una recente ricerca scientifica condotta dai ricercatori dell’Università Jaume I in Spagna (la ricerca è scaricabile alla fine dell’articolo). Misure di inquinamento effettuate in migliaia di abitazioni hanno appurato che i limiti fissati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) per il diossido di azoto (NO2) vengono regolarmente violati in 14 paesi europei quando l’inquinamento di fondo si combina con i fumi delle cucine a gas.
Secondo i ricercatori, le morti premature ammontano a 39.959 in tutta Europa. Gli Stati più colpiti sono Italia, Polonia, Romania, Francia e Regno Unito, dove più famiglie cucinano con il gas. L’inquinamento è più grave nelle case con scarsa ventilazione e in cui si cucina di più. A causa delle cucine a gas la vita media si accorcia in Italia di poco meno di un anno.
Altri inquinanti come il benzene, la formaldeide e il particolato, prodotti dalle cucine a gas sono la causa di circa 367.000 casi di asma infantile e 726.000 casi in tutte le fasce d’età in Europa ogni anno.
La dott.ssa Juana Maria Delgado-Saborit, principale autrice dello studio, ha dichiarato: “Già nel 1978 abbiamo scoperto che l’inquinamento da NO2 è molto più alto nelle cucine che utilizzano fornelli a gas rispetto a quelle elettriche. Ma solo ora siamo in grado di quantificare il numero di morti prematuri. L’impatto è molto peggiore di quanto pensassimo, i nostri modelli suggeriscono che in metà delle abitazioni in metà Europa di superano i limiti dell’OMS. L’inquinamento esterno crea la base per questi superamenti, ma sono i fornelli a gas a spingere le abitazioni nella zona di pericolo.”
Il dottor Francesco Romizi, dell’associazione Medici per l’Ambiente (ISDE Italia) ha invitato le istituzioni ad “adottare misure per l’elettrificazione delle nostre abitazioni” e Legambiente promuove una campagna nazionale per togliere progressivamente il gas dalle case. Oggi la cucina elettrica a induzione è più conveniente dei vecchi fornelli a gas: la piastra costa meno, ingombra e consuma meno, richiede meno manutenzione. Per chi deve sostituire il gas, l’unico inconveniente potrebbe essere la necessità di dover sostituire le pentole con nuove in acciaio. Il cambio val bene un anno di vita in salute.
L’Europa, tra le misure per il Green Deal, prevede l’elettrificazione dei consumi domestici. Ma il 24 ottobre scorso il Consiglio d’Europa (che riunisce i governi nazionali) ha deciso contro il parere degli eletti al parlamento europeo, di privilegiare la competitività delle industrie. La presidente del Parlamento europeo Metsola ha promesso un voto di riparazione: “È nostro compito mantenere gli impegni”. I conservatori (industrie e governi) si dimenticano di spiegare perché cucinare in modo più salubre ed economico oppure usare bici, bus e auto elettriche dovrebbe ridurre la competitività europea.
Gli squilibri del ciclo dell’acqua non minacciano solo gli ecosistemi: le precipitazioni più intense e i periodi di siccità provocano danni per miliardi di dollari, danneggiano i raccolti e fanno salire i prezzi degli alimenti, innescando crisi alimentari e ondate di emigrazione forzata. A livello locale costringono ad investimenti miliardari per diventarsi dalle ondate di piena dei torrenti: in Romagna si sono verificate ancora questa estate esondazione che erano previste con frequenze secolari. Coltivazioni come il mais e il riso richiedono precipitazioni abbondanti e regolari in certi periodi dell’anno, se cambiano le perdite divengono rilevanti e le compagne assicurative aumentano i prezzi. Così cambiano le coltivazioni: si sperimentano le prime coltivazioni di banane in Sicilia e si comincia a produrre il vino in Inghilterra.
Il ciclo globale dell’acqua sta diventando sempre più instabile a causa del cambiamento climatico, afferma l’ultima edizione del rapporto sullo stato delle risorse idriche pubblicato dall’Organizzazione meteorologica mondiale. Nel 2024, per il sesto anno consecutivo, il ciclo idrologico ha mostrato chiari segni di squilibrio. Due terzi dei bacini fluviali del pianeta hanno sperimentato condizioni anomale, con una portata significativamente più bassa o più alta rispetto alla media degli anni tra il 1991 e il 2020. Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, e le alte temperature hanno causato siccità più lunghe e intense in varie parti del mondo. Allo stesso tempo il riscaldamento ha favorito l’evaporazione dei mari e aumentato la capacità dell’atmosfera di trattenere l’umidità, provocando precipitazioni eccezionali altrove. Mentre il bacino delle Amazzoni e l’Africa meridionale hanno subìto siccità di proporzioni storiche, le alluvioni hanno provocato 2.500 vittime nell’Africa tropicale e più di mille in Asia e nel Pacifico, e in Europa hanno interessato l’area più vasta dal 2013. Per il terzo anno consecutivo in tutte le regioni è stata registrata una riduzione del volume dei ghiacciai, con una perdita totale stimata in 450 milioni di tonnellate.
Ma secondo il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il riscaldamento globale non sarebbe altro che “la più grande truffa mai perpetrata nel mondo”. Le parole sono state pronunciate di fronte a circa 190 rappresentanti delle nazioni di tutto il mondo all’Assemblea generale dell’Onu a New York. Trump ha ordinato di oscurare i siti ufficiali che ospitavano le valutazioni nazionali sul clima e i rapporti scientifici che documentavano in maniera chiara e rigorosa gli impatti del riscaldamento globale negli Stati Uniti. Trump ha poi aggiunto che l’energia rinnovabile è una “barzelletta patetica”, che non funzionano: in questi primi giorni d’ottobre l’intero Regno Unito si è alimentato solo con elettricità dal vento per 72 ore finale. Infine ha aggiunto: ”Ho imposto un ordine permanente alla Casa Bianca. Non usare mai la parola ‘carbone’ da sola. Piuttosto si aggiunga ‘pulito e bello’. Suona molto meglio, no?”. Se lo dice lui…
Cinque anni fa, prima del Covid, in consiglio comunale si dibatteva di come ridurre la plastica. Bar e negozi si dichiaravano “plastic free”, liberi dall’usa e getta. L’Erbolario ha dichiarato di non usare microplastiche nei propri prodotti, perché la cosmesi ne fa un gran uso. Si proponeva di tornare ad usare materiali naturali nell’agroindustria e persino produrre bioplastiche da scarti agricoli. Buone intenzioni oggi un po’ dimenticate.
In occasione di Puliamo il Mondo, gruppi di volontari e scolaresche si dedicano ancor oggi a raccogliere i rifiuti che si disperdono: constatiamo che la plastica non viene degradata dai batteri, non fertilizza il suolo come succede per le foglie o le bucce. I sacchetti, le bottiglie, i teli in plastica usati in agricoltura, i vestiti in fibre sintetiche, le cassette o le tubazioni, i giochi o le componenti dure delle carrozzerie o degli elettrodomestici, se non raccolti e differenziati, se non li portiamo ai centri comunali di raccolta, si ritrovano nell’ambiente. Lì rimangono per decenni, per secoli. Si rompono, sfibrano, sotterrano o si disperdono grazie ai venti, alle piogge, ai corsi d’acqua e alle correnti marine. Le frazioni, le fibre, le micro e le nanoplastiche si ritrovano sugli alberi, galleggianti nelle acque dei mari, poi spiaggiati o depositati nei sedimenti profondi dei laghi alpini e degli oceani. Se ne nutrono gli animali, i pesci e gli uccelli marini, le tartarughe pensando di ingoiare meduse e, quando non strozzano o soffocano, si ritrovano nell’apparato digestivo, nel sangue, nei tessuti. Così le nanoplastiche entrano nei cibi acquistati e, dal piatto nei nostri corpi.
Un recente studio pubblicato sulla rivista Nature Medicine ha rivelato una presenza di microplastiche nel cervello pari alla quantità di plastica che potrebbe essere contenuta in un cucchiaino. I livelli osservati erano da 3 a 5 volte più alti negli individui con una diagnosi documentata di demenza. I tessuti cerebrali mostrano concentrazioni da 7 a 30 volte superiori rispetto ai reni e al fegato. Documentata la presenza anche nello sperma, nella placenta e nel latte. Dal sito delle Fondazione Veronesi scopriamo che “l’aumento delle concentrazioni globali di microplastiche e nanoplastiche ambientali solleva preoccupazioni riguardo l’esposizione umana e gli effetti sulla salute”.
Dopo anni il 15 agosto scorso a Ginevra, in Svizzera, è fallito l’ultimo appuntamento del negoziato per stilare un Trattato globale sulla plastica. A chiedere di ridurre o eliminare gradualmente la plastica erano 74 stati marittimi o insulari, molti europei, ma non l’Italia. Contrari i maggiori produttori di combustibili fossili: Stati Uniti, Russia, diversi Paesi Arabi e ultimamente anche la Cina ed altri Paesi del sud est asiatico. Così nel mondo cresce la produzione di plastica: nel 2022 400 milioni di tonnellate, il doppio del 2000. In Europa ben 58 milioni e appena l’1% di bioplastiche. Quasi il 70% diviene subito rifiuto (per metà imballaggi) e solo il 25% viene riciclato. A causa della plastica in Europa si emettono 252 milioni di tonnellate di CO2, 58% nella produzione e trasformazione dei prodotti in plastica e il 42% a causa delle emissioni causate dagli inceneritori. Ne abbiamo di strada da fare.
Domani Forum “Agricoltura e clima” della Regione Lombardia a Lodi. Per legambiente: “Ammoniaca e metano sono sempre più protagonisti della cattiva qualità dell’aria e concorrono in modo rilevante alla crisi climatica, serve una strategia per ridurne le emissioni. Eccesso di capi allevati e di consumo di fertilizzanti alla base del problema.”Ristrutturare le filiere alimentari padane per una zootecnia che produca meglio, ma meno.
Con l’uscita di scena dell’estate è già il momento di prepararsi all’inevitabile aumento degli inquinanti che accompagna le tiepide atmosfere autunnali. Sempre più protagonista, in termini di emissioni atmosferiche, è l’agricoltura: la pianura padana vanta una spiccata vocazione zootecnica nelle produzioni del settore primario, base delle eccellenze produttive del comparto alimentare affidate ai simboli della DOP economy italiana: Grana Padano, Prosciutto di Parma e Parmigiano Reggiano. Se il valore di queste specialità è fuori discussione in termini di qualità e di contributo alla bilancia commerciale, occorre fare i conti con gli effetti che la spinta produttivistica determina, in particolare sulle consistenze dei capi bovini e suini allevati, per far fronte agli ordinativi dell’industria di trasformazione.
Una delle conseguenze più evidenti dell’eccesso di capi allevati e di colture foraggere intensive in Pianura Padana è il dato emissivo: per sostenere livelli produttivi così elevati la fertilità naturale dei terreni coltivati non basta, occorrono grandi input supplementari di nutrienti, sia per i suoli che per gli animali allevati. In particolare per mantenere l’attuale livello delle produzioni che incarnano il ‘made in Italy’ alimentare occorre importare tanti nutrienti a base di azoto: in particolare dalla Russia che, nonostante le sanzioni, è di gran lunga primo produttore mondiale di urea agricola, il fertilizzante più impiegato, ma anche con i concimi chimici non si arriva a soddisfare il fabbisogno mangimistico delle mandrie lombarde: occorrono ulteriori apporti sotto forma di proteine somministrate agli animali allevati, ed in particolare soia che sbarca dal Sud America, e mais dall’Europa orientale. Gran parte dell’azoto di fertilizzanti e mangimi finisce, prima o poi, nelle decine di milioni di tonnellate di reflui zootecnici distribuiti nei campi. Il problema è che la quantità di azoto somministrata eccede le necessità delle colture, per questo deve essere smaltita in diversi modi, come inquinante delle acque (sotto forma di nitrati) e dell’aria come ammoniaca. Un altro importante ‘prodotto di scarto’ degli eccessi di fertilizzanti è il protossido d’azoto, potente gas climalterante con un ‘potere riscaldante’ per l’atmosfera ben 273 volte più elevato della CO2.
Così campi e stalle in Lombardia sono la fonte del 95% delle emissioni lombarde di ammoniaca, 93.000 tonnellate in totale secondo i calcoli di ARPA. Si tratta di un quarto del dato nazionale per questa molecola gassosa, una quantità impressionante se si considera che in termini di superfici coltivate la Lombardia rappresenta solo il 7% del totale nazionale. Se poi si guarda oltre i confini, alle altre regioni a spiccata specializzazione zootecnia – Piemonte, Emilia Romagna e Veneto – si arriva a 230.000 tonnellate, il 66% del totale nazionale per questo gas, tutte concentrate nella pianura che già deve a traffico e impianti di riscaldamento il primato dell’aria più inquinata d’Europa.
Ciò ha gravi conseguenze perché l’ammoniaca, nella stagione fredda, si combina con gli altri inquinanti (come gli ossidi di azoto, NOx, prodotti soprattutto dai veicoli diesel) per formare microcristalli di sali che costituiscono una quota crescente delle polveri sottili,specie nei centri minori del sud Lombardia in cui la presenza di allevamenti è maggiore: non è un caso se le centraline ARPA del basso lodigiano, cremasco e cremonese hanno spesso livelli di PM10 e PM2.5 decisamente più alti di quelli misurati nel centro di grandi città come Milano o Brescia.
Le Regioni stanno giustamente sostenendo gli agricoltori affinché migliorino la gestione dei liquami per ridurre le emissioni: la copertura delle vasche dei liquami, le buone pratiche per la distribuzione in campo, il convogliamento dei liquami ad impianti per la produzione di biometano, sono tutte azioni positive e necessarie, ma devono accompagnarsi alla riduzione degli input. Il problema è che gli eccessi di azoto non sono facili da nascondere sotto il tappeto, le buone pratiche possono limitare le emissioni in atmosfera ma, se non sono accompagnate dalla riduzione degli apporti, trasferiscono i problemi ai suoli e alle acque.
“Accogliamo con favore l’indicazione di una messa al bando dell’urea, prevista dal decreto ministeriale per la lotta all’inquinamento pubblicato quest’estate. Abbandonare il fertilizzante chimico richiede una migliore valorizzazione dei fertilizzanti organici e in particolare dei digestati, è un passo nella direzione giusta, ma occorre anche limitare l’eccessiva produzione di reflui d’allevamento, riducendo il numero di capi a livelli compatibili con le superfici foraggere, così da evitare la massiccia importazione di mangimi esteri” commenta Damiano Di Simine, responsabile della campagna ‘MetaNo – Coltiviamo un altro clima’ di Legambiente Lombardia. Produrre meno non è necessariamente una perdita economica, se la minor produzione è compensata da una maggior valorizzazione in termini di distintività e legame con il territorio dei prodotti alimentari: si tratta di sviluppare strategie di marketing e di consumo sostenibile che facciano i conti con le potenzialità del territorio. Quando lo si è fatto, ad esempio nelle produzioni vinicole, i risultati in termini di valore del prodotto e di reddito non si sono fatti attendere!
Troppi capi allevati significa anche emissioni climalteranti. E’ soprattutto l’allevamento bovino a determinare massicce produzioni di metano, gas serra con un potenziale di riscaldamento 85 volte superiore a quello della CO2. Anche in questo caso la Lombardia spicca tra le fonti emissive: l’agricoltura lombarda infatti ne rilascia ben 235 .000 tonnellate annue, pari al 70% delle emissioni regionali di metano. Per fare un confronto, l’agricoltura di tutto il resto d’Italia ne rilascia 509.000 tonnellate (dati ISPRA): questo significa che l’agricoltura Lombarda ha una intensità di emissioni di metano 6 volte più alta del resto d’Italia. Tradotto in CO2 equivalente, complessivamente la fonte agricola pesa per il 10,2% di tutte le emissioni climalteranti della Lombardia, come dire la metà di tutte le emissioni del settore dei trasporti, secondo i dati di ARPA Lombardia.
La riduzione delle emissioni di metano rappresenta una priorità, si tratta infatti di un ‘inquinante climatico’, perché oltre a causare riscaldamento atmosferico è anche il principale precursore della formazione di ozono, una molecola a sua volta climalterante, ed estremamente tossica per la salute umana ed anche per le vegetazioni, arrivando a causare importanti perdite di rese nei raccolti. Anche in questo caso l’agricoltura si conferma come il settore economico che più subisce gli effetti di cambiamenti climatici e inquinamenti: secondo l’agenzia europea dell’Ambiente, il danno economico della perdita di raccolti dovuto all’inquinamento da ozono in UE vale circa 2 miliardi di euro: un motivo in più per mettere in cima alle agende agricole i temi della sostenibilità climatica
Nella “puntata” precedente abbiamo appurato che il lodigiano detiene il primato (secondo solo al brindisino) delle centrali elettriche a metano fossile, quasi 2.800 MW. E’ ora di domandarci come possiamo liberarcene, e liberarci insieme dalle ingiustizie del caro metano, del caro bollette e delle conseguenze della crisi climatica.
“Occorre accelerare lo sviluppo di generazione elettrica pulita.”, raccomandava Mario Draghi a marzo scorso al Parlamento presentando il rapporto sul Futuro della Competitività Europea. “In Italia sono disponibili decine di gigawatt di impianti rinnovabili in attesa di autorizzazione”. “È indispensabile semplificare e accelerare gli iter autorizzativi e avviare rapidamente gli strumenti di sviluppo.”.
Succede il contrario. L’associazione delle industrie elettrotecniche (ANIE) informa che nel secondo trimestre 2025 la crescita degli impianti fotovoltaici ha subito un rallentamento: appena 1.092 MW di nuova potenza installata, in calo del 25% rispetto allo stesso periodo del 2024 e del 18% rispetto al primo trimestre di quest’anno. Il calo ha riguardato soprattutto i grandi impianti, quelli oltre i 10 MW come gli agrivoltaici, che si sono dimezzati. Non bene anche gli impianti sotto 1 MW, per le piccole imprese (-31%) e per quelli domestici con potenza inferiore ai 20 kW (-23%).
A rallentare non è certo la domanda: il 31 maggio le richieste di connessione in alta tensione per il fotovoltaico si attestavano a 154.570 MW di potenza, ben di più di quel che servirebbe per centrare gli obiettivi del piano governativo al 2030. Ma quelle con esito positivo sono appena 6.450 MW e appena mille quelle realizzate in tre mesi. Ne dovremmo realizzare 10.000 MW all’anno per rispettare i piani. La causa? Le leggi scritte male, le tante burocrazie statali e regionali, le campagne mediatiche denigratorie, la politica che rinvia.
Anche a Lodi le richieste di impianti fotovoltaici non mancano: sul sito della provincia sono censiti impianti in corso di autorizzazione per 114 MW, a cui andrebbero aggiunti quelli di competenza ministeriale, come quello di Mulazzano (60 MW). Appena il 2 per mille delle domande di autorizzazione nazionali bussa alle nostre porte, molti di più di quelli che si realizzano. Sappiamo dai dati della Regione Lombardia (fermi al 2023), che il 73% dei 151 MW fotovoltaici installati in provincia di Lodi è stato realizzato più di dieci anni fa e forniscono appena il 12,5% dei nostri consumi. Appena il 20% dei tetti delle 40.000 costruzioni lodigiane (case, capannoni o edifici rurali), risultano parzialmente occupati dagli oltre 6 mila impianti solari, per lo più di piccole dimensioni.
A Lodi stiamo realizzando poco più di 10 MW all’anno. Per coprire il 40% dei nostri consumi elettrici al 2030, dovremmo installare 500 MW fotovoltaici, quindi 100 MW all’anno, dieci volte tanto. Impianti piccoli e medi sugli edifici e i capannoni, e alcuni più grandi agrivoltaici, con filari di pannelli ben distanziati, a tre metri di altezza, che non fanno perdere neanche un metro al suolo agricolo coltivato, come in Spagna e Germania dove la bolletta costa meno.
La centrale termoelettrica di Tavazzano, con i suoi 1.970 MW, è una delle più grandi d’Italia, in compagnia solo di quelle di potenza analoga di Civitavecchia e Brindisi. Se consideriamo anche il turbogas Bertonico, con i suoi 800 MW, il lodigiano è seconda in Italia, dopo Brindisi e seguita dalla vicina Piacenza, ad ospitare tanta potenza termoelettrica fossile. La provincia di Lodi è ai vertici nazionali per emissioni di anidride carbonica sia per unità di superficie che per popolazione, come ha attestato anche il Piano provinciale di governo del territorio appena approvato.
In pieno centro urbano a Lodi nella primavera del 2022 è stata realizzata l’ultima caldaia a metano fossile da 20 MW del “teleriscaldamento”, in contro tendenza rispetto alle scelte della stessa utility A2A che a Milano predilige pompe di calore geotermiche rinnovabili.
Oltre ai metanodotti che attraversano le campagne, ospitiamo l’Ital Gas Storage che gestisce a Cornegliano Laudense un deposito sotterraneo da 1,6 miliardi di metri cubi, uno dei 13 in Italia. Controlli agli infrarossi svolti a distanza da Legambiente a maggio dello scorso anno hanno documentato le elevate emissioni fuggitive di metano dagli impianti di Cornegliano. Le fughe di metano sono la seconda causa, dopo la CO2, della crisi climatica che sta colpendo con eventi atmosferici estremi, siccità e incendi territori in tutto il mondo.
La crisi climatica colpisce anche da noi: il mese di giugno di quest’anno è stato il più caldo di sempre, con punte di +3,49 gradi in Italia rispetto al trentennio climatico 1991-2020. A giugno si è verificato un aumento dei decessi di anziani rispetto all’atteso di 20 unità a Milano e 12 a Bergamo, secondo il Sistema di allarme del Sistema Sorveglianza della Mortalità Giornaliera del Ministero della Sanità. L’Agenzia europea dell’Ambiente (Aea) osserva come le ondate di calore siano responsabili del 95 per cento dei decessi causati da eventi meteorologici e climatici estremi, ben 47 mila decessi nell’estate 2023 e costi pari allo 0,5 per cento del Pil: cifra che potrebbe salire al 3 per cento nei Paesi meridionali più colpiti entro il 2060, quando “le ondate di calore pericolose per la salute umana diventeranno più frequenti, più lunghe e più intense”, scrive l’Aea. Più colpiti i poveri, i deboli, gli anziani e i bambini.
Non chiamatelo caldo, è crisi climatica. Non sono fenomeni naturali, ma ingiustizia climatica. Per l’Osservatorio nazionale contro la povertà energetica sono ben 2 milioni, l’8% delle famiglie al di sotto di una certa soglia di reddito che hanno una spesa energetica (elettricità e riscaldamento) più elevata: soprattutto al sud e nelle isole, nei piccoli comuni, con figli, disoccupati o lavori saltuari, immigrati.
Il metano è oggi anche l’energia più cara, che dal 2024 importiamo sempre più dai giacimenti di metano dell’Alaska, sponsorizzati dagli USA di Trump sotto la minaccia di nuovi dazi. Peggio del gas russo usato in precedenza per due ragioni: costa il doppio e inquina quanto il carbone per estrarlo. Eppure liberarci dal metano, anche a Lodi, è oggi possibile e conveniente.