Comunità energetiche: pronti, via!

Comunità energetiche: pronti, via!

Venerdì 15 Novembre 2024 ore 14:00 presso sala Fondazione Comunitaria di Lodi, si è tenuto un interessante confronto tra Comunità Energetiche Rinnovabili, con caratteristiche Solidali (CERS) nelle provincie della pianura lombarda ed emiliana. La CERS “Comunità Solare” cooperativa a mutualità prevalente, impresa sociale ETS, accompagnata da un gruppo d’acquisto (GAS) fotovoltaico, è ufficialmente partita, con i primi impianti e soci consumatori.

E’ stata l’occasione per presentare il lavoro svolto e le prime esperienze di comuni, associazioni, cooperative a Lodi e Piacenza e persino le fondazioni costituite per iniziativa della Diocesi di Cremona nei territori oltre Adda. L’evento ha aperto il Festival dei Diritti, promosso dal Centro Servizi Volontariato della Regione Lombardia, con gli interventi di saluto di Giuseppe Negri, a nome della Fondazione Comunitaria Lodi e di Giuseppe Mancini, per il coordinamento Umanità Lodigiana.

Dopo Riccardo Peasso (vedi VIDEO), che ha ricordato i primi progetti nel mantovano, Giuseppe Dasti ha presentato le 6 CERS (Caravaggio, Soresina, Castelverde, Sospiro, Gussola, Casalasco Viadanese) in corso di costituzione, che si propongono di destinare il 25% degli incentivi derivanti dalla condivisione dell’energia rinnovabile di cui beneficeranno, per finanziare progetti sociali. Le comunità cremonesi hanno saputo aggregare i comuni, le parrocchie e gli enti del terzo settore con il ruolo di soci fondatori: nel complesso sono stati coinvolti 27 Comuni, 27 Parrocchie, 18 ETS, per un totale di 72 enti. Vedi VIDEO Giuseppe Dasti. e la sua relazione.

Per il lodigiano e nel piacentino è nata un’unica Comunità energetica rinnovabile solidale (CERS) di interesse sovracomunale. Costituita il 2 luglio scorso, si chiama “Comunità Solare impresa sociale ETS” ed è una cooperativa, impresa sociale, senza fini di lucro (è un ente del terzo settore iscritto al RUNTS, registro provinciale delle associazioni). Contemporaneamente Legambiente e la rete Umanità Lodigiana stanno aiutando i privati a realizzare gli impianti con il Gruppo Acquisto Solare- GAS fotovoltaico: tutti entreranno in comunità, grazie anche ai contributi europei (40% in conto capitale PNRR nei comuni con meno di 5 mila abitanti). Secondo Andrea Poggio, neo presidente della Comunità, “si può fare, sarà un po’ complesso costituire e, soprattutto, gestire comunità energetiche, ma è anche possibile, utile e vantaggioso come sanno tutti coloro (un milione di italiani) che hanno un pannello solare sul proprio tetto. Installare pannelli solari in comunità è oggi un po’ più interessante, proprio perché lo si fa insieme, come dimostrano le esperienze illustrate nell’incontro”. Vedi VIDEO Andrea Poggio e la presentazione.

La parola alle testimonianze. Uno dei primi impianti solari “comunitari” sarà ospitato dalla Coop sociale Il Pellicano di Castiraga Vidardo, ha ricordato Enrico Castelvecchio, allo scopo di completare l’autosufficienza energetica della struttura di accoglienza e di lavoro. Con i fondi raccolti tra i soci della CERS, si realizzeranno 80 kW di solare. Parte dell’energia prodotta sarà direttamente consumata dal Pellicano, in cambio dell’affitto della superficie impegnata dai pannelli. Inoltre la Comunità Solare condividerà con tutti consumatori di Castiraga Vidardo e della zona di Sant’Angelo i vantaggi (il “premio”) dell’energia elettrica di “vicinato” usata. Infine 1.500 – 2.000 euro all’anno sarà destinato al fondo solidale per progetti sociali nel territorio.

Sandra Milas (assessora al Comune di Brembio) ha illustrato il progetto che sarà portato assemblea cittadina l’11 dicembre e che consiste nel realizzazione dell’impianto (più di 100 kW) è stato chiesto un contributo alla Fondazione Cariplo (20% dei costi) e prossimamente, con l’adesione alla CERS, al GSE (40% PNRR). Ogni cittadino di Brembio, insieme alle attività e alle associazioni, potrà diventare socio consumatore o persino “prosumer” della CERS cioè anche produttore con il nuovo impianto solare.

Per il Comune di Guardamiglio ha preso la parola il consigliere Stefano Ghidini, che sta facendo da pilota anche per i vicini comuni di Santo Stefano Lodigiano e Corno Giovine, appartenenti alla stessa “cabina primaria” di distribuzione elettrica. In tutti e tre i comuni si è già tenuta l’assemblea cittadina e il consiglio comunale di Guardamiglio ha già votato l’adesione a “Comunità Solare”. Insieme alla Fondazione Mezzadri, il Comune intende diventare anche “prosumer” della CERS, con impianti solari realizzati sui tetti delle case popolari e della scuola pubblica.  Il Comune inoltre si è fatto promotore presso le imprese del territorio per la realizzazione di impianti importanti con il contributo PNRR. La prima ad aver risposto è stata la società Castagna.

Alberto Nicolini, AD di Castagna Univel spa, dirige media impresa che produce imballaggi (sacchetti e contenitori) in plastica per alimenti proprio a Guardamiglio. Tra i nuovi impianti realizzati dall’industria non mancheranno 880 kW di un impianto che “collegherebbero” virtualmente alla nostra CERS “Comunità Solare” ai consumatori della zona. Tutti ne trarranno benefici: il comune e tutti gli altri consumatori che aderiranno alla “Comunità Solare” potranno ricevere l’incentivo riconosciuto dalla rete elettrica per ogni kWh condiviso quando l’impianto di Castagna produce più di quanto consuma. Nicolini ha inoltre promesso di rinunciare al proprio ulteriore quota di guadagno e di volerlo destinare al “fondo solidale” destinato a progetti sociali per il territorio.

Fabio Zanardo (consigliere delegato del Comune di Cervignano d’Adda, ha presentato le tappe dell’adesione alla “Comunità Solare” e l’intenzione di concedere in comodato d’uso i propri tetti (municipio e scuola) per ospitare impianti solari comunitari in cambio dell’energia consumata direttamente dai propri contatori.

Laura Chiappa, presidente del circolo di Legambiente di Piacenza ha promosso la CERS “Comunità Solare” insieme ai lodigiani e lanciato a sua volta il quinto “GAS fotovoltaici” locale. Per Aurelio Ferrari, presidente della fondazione Danelli, aderire alla “Comunità Solare” realizzando con il contributo di Fondazione Cariplo dei propri impianti sarà indispensabile per affrontare gli elevati costi energetici necessari alla cura e all’assistenza dei ragazzi disabili e degli anziani non autosufficienti.

Ha chiuso l’incontro Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia: “Raccontare queste esperienze ci aiuta a comprendere che l’energia deve essere prodotta e consumata in modo diverso. L’energia rinnovabile prodotta nelle esperienze delle CERS è un’opportunità che ci fa capire come farlo in modo giusto e sostenibile per tutti.” Vedi VIDEO interventi.

Per informazioni, comunitasolare@gmail.com, Scarica qui la locandina con il programma

Agenda: NO inceneritore e gas, Sì rinnovabili e Comunità

Ci ritroviamo ad accogliere Annalisa Corrado, eurodeputata della segreteria PD, e Caterina Sarfatti, manager C40, le città del mondo contro la crisi climatica, il 28 sera a Lodi alla Festa Unità. Ma poi ecco i fitti appuntamenti di fine agosto e settembre.

Ecco il calendario delle iniziative, segnate sull’agenda quelle che vi interessano maggiormente:

Venerdì 28 agosto ore 21: FU provinciale di Lodi, Area Capanno, Giusta transizione energetica: caro bollette e rinnovabili, con Annalisa Corrado, europarlamentare, segreteria nazionale PD e coautrice de “Le ragazze e il colibrì” e Caterina Sarfatti, dirigente C40, grandi città del mondo contro la crisi climatica. Coordina Andrea Poggio. Ambientaliste, femministe, competenti e autorevoli: vale la pena conoscerle. Per chi è a Lodi l’appuntamento è imperdibile. Per chi vuole ci troviamo prima, alle 20 al ristorante della Festa.

27 agosto – 6 settembre (quasi) tutte le sere: banchetto informativo Giusta Transizione e contro Inceneritore di Vidardo, Legambiente e Comitato Ambiente Vidardo, area associazioni alla Festa PD Capanno: aggiorneremo appuntamenti sulla chat WA

6 settembre (domenica): accoglienza Circolo Parabiago a Lodi in visita in bici, pizza insieme e visita a Lodi

12 settembre, sabato ore 15, con CSV dai ragazzi ALER via Guido Rossa per Differenziare bene i nostri rifiuti

17 settembre, giovedì h 17:30 – call associazioni CSV e CERS Comunità Solare – le proposte giusta transizione per il Terzo Settore

20 settembre, domenica, Festa Volontariato, piazza Lodi, banchetto tutto il giorno. Alle 10 mattina al campo sportivo comunale di Santo Stefano Lodigiano, festa e banchetto CERS Comunità Solare

26 sabato settembre, sabato Puliamo il Mondo con la scuola + CERS Comunità Solare a Cervignano d’Adda

27 settembre, domenica Puliamo il Mondo a Lodi (da confermare)

3 ottobre, sabato, Giro Italia x la Pace a Lodi, manifestazione

Disastro ambientale sulla Muzza: chiudere centrali a gas

Disastro ambientale sulla Muzza: chiudere centrali a gas

Il disastro ambientale nella Muzza del 30 luglio 2026 è grave: dopo l’esposto, Legambiente chiede controlli e limitazioni alla centrale EP di Tavazzano: si deve iniziare a chiudere i gruppi più vecchi. Forte preoccupazione per l’impatto delle torri di raffreddamento proposte da EP e per il data center.

I climatologi hanno detto mille volte che ci sarebbero stati sempre più frequentemente anni caldi come il 2003. Ora è dolorosamente evidente che avevano ragione. Qualche buontempone si è domandato che problema ci fosse a sopportare estati tropicali in Italia. Poi i pronto soccorso si sono riempiti, la siccità e la grandine hanno falcidiato i raccolti, i lavoratori agricoli e dell’edilizia hanno cominciato a morire di caldo e sono arrivate le bollette nelle case con i condizionatori accesi. Non è caldo eccezionale, è crisi climatica e faremmo cattiva informazione se nascondessimo che è ora di abbandonare progressivamente e con decisione i combustibili fossili. Eppure facciamo di tutto per non dirlo e cercare rimedi palliativi.

Quando nei campi si è cominciato a contingentare l’acqua gli agricoltori si sono accorti che mancavano i bacini di raccolta dell’acqua piovana promessi dai piani governativi. Giusto raccogliere l’acqua piovana, anche nelle case e in città, ma darebbero acqua solo qualche giorno, visto che a svuotarsi sono i grandi laghi prealpini e che il Po porta così poca acqua che al Delta il cuneo salino è risalito di 25 chilometri, bruciando i campi.

Il caldo mette a rischio le infrastrutture, i treni si fermano a causa del gran caldo che mette a dura prova rotaie e ruote dei convogli, si susseguono i black out nelle città con i condizionatori accesi e si fermano le centrali elettriche in tutta Europa, anche nucleari, perché neppure il Danubio ha abbastanza acqua di raffreddamento. Eppure alla centrale di Tavazzano tirano dritto e succede il disastro: la Muzza il 30 luglio supera i 29-30 gradi e i pesci muoiono asfissiati. Poco più a valle, a Cornegliano d’Adda, è l’ecatombe di storioni d’allevamento. La centrale chiuderà solo il 5 agosto, Legambiente denuncia l’accaduto.

“Metteremo torri di raffredamento”, promettono dalla centrale, pur di non smettere di bruciare metano fossile.

Le torri di raffreddamento sono monumentali conoidi di cemento, alte tra i 60 e gli 80 metri e con un diametro di 50 metri. Per i 1.800 MW a Tavazzano ne occorrono anche tre o quattro. Più ancora se si farà il data center dichiarato “strategico” dal governo senza aver neppure avvisato i lodigiani. Dalle torri uscirà aria calda e vapore che si riverserà nell’atmosfera rovente e afosa delle nostre estati, con quali conseguenze sul clima locale, sulle coltivazioni e sulla carenza d’acqua, non è dato sapere. Per non parlare del paesaggio.

Ad ogni emergenza si cerca un rimedio che allevia temporaneamente il sintomo, ma non guarisce il male. Non viene in mente che la centrale deve chiudere, entro 10 o 20 anni al massimo. Invece delle grandi torri di raffreddamento Legambiente chiede giustamente la dismissione immediata dei gruppi più vecchi, dopo si parlerà di data center. Basta con le pezze peggio del buco.

E quando si prevedono città con il bollino rosso per le ondate di calore, non proponete solo di piantare alberi. Fatelo e basta, piantatene milioni, ma poi si deve togliere asfalto e ricostruire ecosistemi, installare milioni di pannelli solari e chiudere le caldaie a gas, comprese quelle del teleriscaldamento di Lodi. (9 agosto 2026)
Ecco il documento completo scaricabile:

Inceneritore Itelyum: per il TAR possono chiederlo, ma il lodigiano può dirgli di no

Inceneritore Itelyum: per il TAR possono chiederlo, ma il lodigiano può dirgli di no

La decisione del TAR di venerdì scorso 26 giugno, ha dato torto a Ecowatt-Itelyum sui risarcimenti e sul Piano territoriale, ma ci ha riportato indietro di un anno e mezzo, all’apertura della conferenza di servizio e all’indizione dell’inchiesta pubblica. Noi associazioni avevamo proposto alla Provincia l’inchiesta pubblica come strumento di partecipazione e supporto tecnico e scientifico alla decisione: la Provincia di Lodi aveva giustamente avviato la sua costituzione a gennaio 2025 e Regione, Provincia e Comune di Castiraga Vidardo avevano indicato i tecnici di fiducia.

Il TAR ha confermato il diritto di Ecowatt-Itelyum di richiedere l’autorizzazione al nuovo mega inceneritore da 154.000 tonnellate, ma non certamente a vederselo autorizzato. Ora è facoltà della Provincia ricorrere al Consiglio di Stato per cercare di modificare anche la parte della sentenza favorevole all’industria, ma noi dobbiamo essere pronti a supportare al meglio un parere tecnico e ambientale contrario da parte dell’autorità competente, cioè della Provincia.

Noi di Legambiente, al pari di tutte le altre associazioni, le forze sociali e politiche siamo chiamati a mandare i nostri pareri motivati e chiedere che vengano acquisito agli atti anche quelli di altre istituzioni, esperti e scienziati favorevoli all’economia circolare, all’ambiente e alla salute pubblica, anche se non partecipano ufficialmente alla Conferenza dei servizi.

Mercoledì 1 luglio sera si riunisce il circolo Legambiente di Lodi per cominciare a preparare l’elenco dei pareri che l’organo tecnico collegiale che conduce l’inchiesta pubblica dovrebbe a nostro acquisire per giungere entro 3 mesi alla relazione conclusiva.

rotti polmoni smog manifestazione
Legambiente alla manifestazione contro l’inceneritore

Quali le ragioni della nostra completa contrarietà anche alla proposta di Ecowatt-Itelyum, pur corretta in corsa tra nell’inverno dell’anno scorso?

La proposta di sostituzione della attuale linea dedicata ai rifiuti assimilabili agli urbani con una nuova di potenza maggiore (54.000 tonnellate) è la prima proposta da respingere senza appello: neppure l’impianto attuale di Ecowatt è previsto nella pianificazione regionale e la capacità degli altri 14 inceneritori lombardi è ben superiore alla nostra necessità: la nostra regione importa un milione di tonnellate di rifiuti solidi assimilabili, biomasse, dalle’Italia e persino dall’estero. Anzi, chiediamo che venga chiusa anche la piccola linea esistente: nel 2024 ha bruciato appena 11.000 tonnellate, occupato appena 6 dipendenti e creato puzze e fastidi alla comunità, come appurato anche dalla relazione Arpa sulle molestie olfattive.

Sulla richiesta di altre due nuove linee di incenerimento massivo per circa 100.000 tonnellate che comprendono quasi tutte le tipologia di rifiuti industriali (esclusi radioattivi): circa 300 tipologie di rifiuti. Si potevano trattare persino i rifiuti inerti, fanghi di depurazione che debbono essere riciclati (come i fosfati, materiali critici), terre ed alcuni metalli, persino quel che non brucia. Tanto che Italyum, accortosi dell’errore ha ridotto le tipologie che inizialmente erano oltre 400.

Tutte queste tipologie di rifiuti prevedono tipologia di impianti di trattamento diversificati: persino gli inceneritori esistenti in Lombardia ed Europa sono in genere idonei a trattarne alcuni e non altri. Si tratta quindi di rifiuti per i quali, in contrasto con il principio di prossimità, esiste un mercato continentale, se non mondiale. La Lombardia ne importa e ne esporta milioni di tonnellate.

Ci opponiamo anche a questa proposta di inceneritore per rifiuti industriali pericolosi perché contraddisce i principi delle norme italiane ed europee di economia circolare, non spreco, differenziazione, riciclaggio e trattamento dei rifiuti. Le leggi prevedono infatti di recuperare e riciclare la maggior parte dei rifiuti, specie industriali, minimizzando il ricorso alle discariche e all’incenerimento perché, entrambi i sistemi, impediscono il riuso e riciclo dei materiali. Trattare e bruciare, tutti insieme, 300 codici di rifiuti, recuperabili o meno, combustibili o meno, non si può più fare. Per non sprecare, soprattutto materiali critici, ma anche materie prime e energia.

infine, bruciare tutto insieme in una delle provincie più inquinate d’Italia e d’Europa, importando rifiuti da altre regioni e persino dall’estero, è sbagliato. Siamo una delle provincie d’Italia con le maggiori emissioni di CO2 per unità di superficie e pro capite, una di quelle dove le sostanze inquinanti nell’aria permangono per giorni (vedi indicatori qualità dell’aria), presso una delle autostrade più frequentate, saremmo tenuti a ridurre gli inquinanti più diffusi di diverse volte: in alcuni casi dimezzare, come per il particolato e gli ossidi d’azoto, in altri di un ordine di grandezza, come le emissioni di carbonio. Perché allora aggiungere la combustione di 154.000 tonnellate di rifiuti, in gran parte di origine fossile (petrolio o che richiedono nuovo petrolio e metano per essere nuovamente prodotti)?

Ci rendiamo conto che quest’ultimo argomento può essere considerato da alcuni (come Itelyum) ambientalmente e sanitariamente debole: diranno “siete già inquinati, un aumento di trascurabile delle emissioni dovute all’inceneritore, non peggiorerà significativamente l’ambientale e la durata della vita dei lodigiani”. E no, non siamo d’accordo. Proprio perché dovremmo ridurre di 10 volte l’inquinamento dell’autostrada del Sole e delle centrali elettriche (2.700 megawatt) non capiamo perché dovremmo aggiungere 1540.000 tonnellate di rifiuti di importazione da bruciare.

Fotovoltaico su suolo agricolo può fare solo bene

Fotovoltaico su suolo agricolo può fare solo bene

Il fotovoltaico è una minaccia per l’agricoltura e per il lodigiano? Si dovrebbe fare solo sui tetti delle case e dei capannoni, altrimenti sarebbe “consumo” di suolo al pari della logistica e delle autostrade? Se si legge la letteratura scientifica, se si ascoltano gli esperti, gli agronomi e gli ecologi, si giunge alla conclusione opposta: moderni ed efficienti impianti fotovoltaici, accompagnati da una progettazione ecologica, promuovendo la creazione di siepi, alberate, zone umide e habitat diversificati di flora e fauna, insetti impollinatori e avifauna aiuterebbero l’agricoltura e migliorerebbero ambiente e biodiversità.

Tanto che l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza ha realizzato un impianto agrivoltaico alle spalle del campus, allo scopo di sperimentare coltura agricole compatibili. Con una potenza di picco di 500 kW, occupa 8.000 metri quadrati e copre circa il 60% del fabbisogno energetico dell’ateneo e l’eccedenza al servizio di una comunità energetica. La settimana scorsa Papa Leone XIV ha istituito la Fondazione “Fratello Sole” per realizzare un grande impianto agrivoltaico a Santa Maria di Galeria, nella campagna romana: l’impianto alimenterà la stazione radio lì presente e garantirà il sostentamento energetico di tutto lo Stato della Città del Vaticano.

Se l’impianto solare è privo di basamento in cemento, sostenuto da pali in acciaio, picchettati o avvitati nella nuda terra, sia l’Istituto per l’Ambiente italiano (ISPRA) che l’Europa (direttiva monitoraggio del suolo e Strategia biodiversità), sono definiti “rispettosi della biodiversità”, “infrastruttura verde” capace di coniugare benefici energetici, ecologici e sociali.

Luigi Moccia, del Consiglio Nazionale Ricerche (CNR), in un articolo sulla rivista “Ingegneria dell’Ambiente” in cui cita decine di pubblicazioni scientifiche, ci ricorda che meno del 3% delle campagne italiane è dedicato alla biodiversità (siepi e boschetti, fasce inerbite, canali erbosi e zone umide), un livello ben al di sotto dell’obiettivo nazionale di almeno il 10% indicato dalla Strategia Nazionale della Biodiversità: quindi almeno 875.000 ettari (su una superficie agricola utile totale di 12,5 milioni di ettari). Se i campi fotovoltaici occupassero solo un quinto di questa superficie avremmo già più di tutta l’energia elettrica solare necessaria all’Italia del 2050, secondo il Piano Nazionale (PNIEC), senza più petrolio, gas e neppure nucleare. Senza rinunciare alla produzione agroalimentare, aumenterebbe la biodiversità nelle aree agricole e si preserverebbero territori marginali altrimenti esposti ai dissesti causati dal cambiamento climatico. Luigi Moccia conclude: “Il proibizionismo solare, al contrario, ostacola il raggiungimento di questi obiettivi ecologici, privando il paese di un’opportunità unica per integrare energia pulita e tutela della natura.”

Qui potete scaricare l’articolo di Luigi Moccia, direttore di ricerca CNR.

Ma non sarebbe meglio tappezzare di pannelli solari tetti delle case e dei capannoni industriali? Sì, per una ragione fondamentale: perché sarebbe nella convenienza di chi ha un contatore elettrico sotto lo stesso tetto: l’energia autoconsumata dimezza la bolletta. Sui nuovi capannoni dovrebbe essere obbligatorio tappezzare il tetto di fotovoltaico. Ma non basta. Non basta perché gli impianti posti sui tetti sono in genere molto più piccoli, meno produttivi e quindi più costosi: l’elettricità prodotta da un impianto solare domestico costa il triplo di un impianto industriale. Abbastanza economica per l’autoconsumo, perché l’elettricità che paghiamo in bolletta costa molto di più (30 centesimi al chilowattore), ma per il mercato elettrico all’ingrosso si deve produrre a meno di 7 centesimi. 

Andrea Poggio

Nucleare: ritorna in Italia e lungo il Po?

Davvero ritorna il nucleare in Italia? É vero che il posto più favorevole per le nuove centrali è lungo il Po, perché le centrali hanno bisogno di abbondanza d’acqua per raffreddarsi, come ai tempi della centrale di Caorso? Davvero il “nuovo” sarà diverso dalle centrali del secolo scorso? Sarà sicuro, piccolo e “modulabile”, come promettere il governo? Un generico disegno di legge del governo è passato alla camera e ora attende l’approvazione del Senato.

Si è fatta sentire la voce del più autorevole dei nostri fisici, il premio nobel Giorgio Parisi: Il nucleare “può essere un’opportunità se si pensa ai reattori di quarta generazione, ma di questi abbiamo soltanto dei prototipi e non abbiamo un’idea precisa di quando saranno disponibili e di quanto possano costare, né se funzioneranno” ma “quanto ai mini-reattori, i cosiddetti reattori modulari, li conosciamo meglio perché si basano sostanzialmente sulla tecnologia di terza generazione, ma il problema c’è e sono i costi: questi impianti sono troppo cari e, quindi, oggi non li vedo come una soluzione alternativa”.

Davvero non comprendiamo come si voglia tornare a parlare di centrali nucleari, nonostante gli enormi ritardi (anche vent’anni) nei tempi di costruzione delle ultime centrali in Europa, nonostante i costi crescenti e la catena di fallimenti delle grandi imprese specializzate nella produzione delle centrali e nel ciclo dell’uranio: le società statali francesi Areva ed Edf si sono ritirate dalla borsa e sono state salvate dal governo che ha sborsato decine di miliardi per evitare la banca rotta.

ha visto lievitare il costo a 67,4 miliardi, elettricità a 122 euro a megawattora. L’energia solare costa la metà. Negli Usa fallisce a fine 2022 la NuScale, la prima società per la realizzazione di reattori modulabile (SMR) dopo che i costi del primo reattore autorizzato sono cresciuti da 5,3 a 9,3 miliardi di dollari per appena 77 MW, a parità di potenza sarebbe costato il triplo del reattore francese. Il 29 ottobre 2024, ha portato i libri in tribunale un’altra azienda Usa del “nuovo nucleare”, è Ultra Safe Nuclear Corporation, società che sta sviluppando i Micro Modular Reactor o MMR, sistemi nucleari da 1,5-15 MW che Governo e Confindustria ipotizzavano di localizzare addirittura nelle industrie italiane. Ora il governo promuove l’americana (ma non dovevamo puntare all’indipendenza energetica?) Newcleo, che promette moduli da 200 MW, in gruppo di 4 reattori affiancati, in funzione non prima del 2032 negli Stati Uniti. E si tratta ancora di nucleare di terza generazione, la “vecchia” fissione nucleare dell’uranio che produce le stesse scorie e rifiuti radioattivi di lunga vita.

Ma se fosse vero che ora il nucleare non fa più paura, come mai l’Italia non ha ancora terminato la bonifica del sito di Caorso a 36 anni dalla sua chiusura? E come mai la società di stato Sogim non ha ancora trovato il deposito per le scorie radioattive a bassa e media attività, nonostante i 20 miliardi già prelevati dalle bollette elettriche pagate dagli italiani? E per le scorie ad alta attività (l’uranio e il plutonio) dove le metteremo?

Il Ministro della “sicurezza energetica” Picchetto Frattin, preferisce sviare alla domanda di dove sorgerà la prima “nuova” centrale nucleare italiana e propone che i primi prototipi di reattori SMR servano alla propulsione di navi. Col costo che hanno saranno navi militari. Niente di nuovo, dopo le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, le prime applicazioni nucleari sono servite per la propulsione di sommergibili e portaerei della US Army. Siamo così sicuri, dopo le guerre in Ucraina (che hanno coinvolto le centrali nucleari di Zaporizzja e di Cernobyl) e in Iran, con i bombardamenti dei siti nucleari, che il confine tra nucleare di pace e di guerra sia così netto?

Andrea Poggio

Rinnovabili elettriche e aiutare le famiglie

Come è noto, i governo italiano e spagnolo hanno chiesto una deroga al patto di Stabilità per finanziare la riduzione degli effetti del caro energia. La Ue ha finalmente risposto che è possibile, nella misura di 12-15 miliardi, ma non per finanziare sconti generalizzati sui combustibili fossili. La deroga, come richiesto dalla Spagna, va usata per investire sulle rinnovabili e per aumentare i consumi elettrici per la mobilità e il riscaldamento perché maggiormente efficienti. L’economista Leonardo Becchetti ha usato una similitudine per spiegare la logica: “se un paziente affetto da una malattia grave si trova costretto a pagarsi la cura e ha a disposizione risorse aggiuntive non le spende certo tutte in antidolorifici, ma darà priorità al farmaco che può guarire”. La nostra malattia è la dipendenza dalle fonti fossili che ci espone ad aumenti del costo dell’energia che alimentano ondate inflazionistiche ogni qualvolta i prezzi di gas e petrolio risentono di qualche crisi o di qualche guerra: come nel 1973, nel 2012, nel 2022 con la guerra russo-ucraina e oggi con la chiusura dello stretto di Hormuz. Le impennate dei prezzi dell’energia, l’inflazione ha colpito maggiormente i ceti più poveri e aumentato le diseguaglianze.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) ha recentemente criticato quei paesi, come l’Italia, che spendono per abbassare universalmente i prezzi dei carburanti e delle bollette. Sbagliato perché sono misure molto costose (un miliardo al mese in Italia) che costringono a mantenere alta la pressione fiscale. Sbagliato perché “invia il segnale di mercato sbagliato, indebolendo gli incentivi per ridurre l’uso di energia e migliorare l’efficienza” e, mantenendo alti i consumi aumentano la penuria di gas e petrolio per tutta Europa. Sbagliato soprattutto perché “gran parte del sostegno finanziario non raggiunge coloro che ne hanno più bisogno: le famiglie a basso reddito che lottano per pagare le bollette energetiche. Poiché le famiglie a reddito più elevato tendono a spendere di più per l’energia in termini assoluti, le riduzioni dei prezzi su larga scala spesso offrono maggiori guadagni ai gruppi a reddito più elevato. Ad esempio, un recente studio nei Paesi Bassi stima che circa il 70% del valore totale di una riduzione ampiamente applicata dell’accisa sul carburante finisca per beneficiare di gruppi a reddito medio e alto.”

Gli sconti sulle accise favoriscono i ricchi

L’OCSE, che riunisce i paesi più ricchi, ha constatato che al culmine della crisi energetica del 2022, le famiglie a basso reddito nelle economie avanzate hanno speso circa un quarto del loro reddito in energia, in aumento di 4 punti percentuali rispetto al 2021. Al contrario, le famiglie a reddito più alto hanno speso appena il 5% del reddito, con un aumento di appena l’1%. Quindi, abbassare i prezzi per tutti, avvantaggia principalmente i redditi maggiori: gli altri, un terzo della popolazione, sta al freddo d’inverno e rinuncia a mettersi in viaggio.

Per queste ragioni, economisti ed esperti (anche non culturalmente di sinistra), propongono invece misure dal lato della domanda volte all’efficienza energetica e ad aiutare i consumi e le scelte dei ceti medio-bassi. Ad esempio, invece di ridurre il costo del gasolio, sono suggerite implementazione del trasporto pubblico elettrico (treni e autobus), riduzioni per gli abbonamenti per studenti e lavoratori, bonus per l’acquisto di mezzi elettrici (anche a due ruote), mirati ai redditi minori, come in India e in Francia e Germania.

Contro il caro bollette si promuovono interventi per l’efficienza nell’edilizia popolare, in Canada, in Europa e in Cina si è dato vita a programmi alla sostituzione di caldaie con pompe di calore, sovvenzionando le famiglie a basso e medio reddito. In Indonesia si incentivano cucine ad induzione e pentole efficienti.

E soprattutto, come dovunque nel mondo, si installano impianti solari ed eolici. Emanuele Orsini, presidente Confindustria, scrive sui social: “Oggi in Italia abbiamo autorizzazioni ferme per oltre 4 mila impianti: circa 90 GW di fotovoltaico e 57 GW di eolico, per un totale di 147 GW di capacità energetica attualmente bloccata. Solo nel fotovoltaico, impianti per oltre 23 GW hanno già ottenuto la Valutazione di Impatto Ambientale e attendono l’autorizzazione finale.” Soprattutto medio-grandi impianti fotovoltaici (10-20 MW) e pale eoliche (1-5 MW ciascuna), più convenienti e con il minor impatto ambientale.

Cosa si potrebbe fare subito?

La Lega ha risposto che si tratta di misure a lungo termine. Sbaglia: si possono trovare politiche ecologiche che, come certi farmaci svolgano sia la funzione di curare la malattia che alleviare il dolore, ad esempio usando i fondi che il governo italiano non ha ancora speso delle aste di carbonio (ETS, la “tassa” europea che la destra italiana vorrebbe abolire). 

Il principale è l’Energy Release, un incentivo alle imprese per investire sulle rinnovabili per il proprio autoconsumo: lo stato (GSE) anticipa elettricità a basso prezzo per una durata pari a 36 mesi, in cambio dell’impegno alla realizzazione di impianti da fonti di energia rinnovabili attraverso i quali l’elettricità è restituita alla rete, nei venti anni successivi. La misura andrebbe subito finanziata maggiormente e calibrata sulle piccole e medie aziende italiane.

Analoga misura si può prevedere anche per le famiglie, costruendo un meccanismo analogo per le nascenti comunità energetiche. Per le comunità energetiche la situazione in Italia è addirittura opposta. Prima si spende per realizzare gli impianti e per aderire alla comunità di condivisione dell’energia rinnovabile, poi si attende più di un anno per il riconoscimento formale e l’arrivo di un anticipo del guadagno ottenuto dall’energia autoprodotta. Perché non semplificare il meccanismo e anticipare in bolletta almeno un acconto dell’autoconsumo a tutte le famiglie quando decidono di aderire ad una comunità energetica che si sia impegnata a realizzare un impianto rinnovabile nelle vicinanze. Il GSE comunica che ci sono 48mila richieste per impianti in CER a fronte di un migliaio già esistenti ed operanti. La Comunità Solare, la CERS cooperativa nata dalle associazioni lodigiane e piacentine, ne ha oggi 40 funzionanti e più di 80 in cantiere o in progetto: più di 4 milioni di euro di investimenti dei soci cooperatori, famiglie, piccoli comuni, cooperative sociali, associazioni e parrocchie.

La forza straordinaria dell’Italia è nella progettualità e nell’intraprendenza di cittadini e imprese, mentre le regole e la burocrazia di un governo che si dichiara liberista osteggiano la transizione energetica. Ci sono voluti 6 mesi per autorizzare il rigassificatone che ha smesso di operare dopo la chiusura dello stretto di Hormuz. Ci vogliono 3 anni per far funzionare una comunità energetica e 6 anni per autorizzare una pala eolica in mare. E si fanno leggi per realizzare nuove centrali nucleari importate dall’estero e di cui non esiste neppure un prototipo industriale al mondo.

La politica deve cambiare: l’Europa non è il problema, e la soluzione e il governo, nazionale e locale, deve liberare energie e aiutare imprese innovative e cittadini nella giusta transizione.

Andrea Poggio

I costi dei ritardi sulle rinnovabili

L’Institute for energy economics and financial analysis (Ieefa), in un recente report analizza la vulnerabilità energetica europea a causa dell’eccessiva dipendenza dal gas e, in particolare la debolezza dell’Italia, indicato come esempio di Paese comunitario particolarmente dipendente dal prezzo del GNL (metano liquefatto).

L’interruzione dei flussi di petrolio e di gas naturale liquefatto (Gnl) attraverso lo Stretto di Hormuz hanno aumentato i prezzi del gas sul Title transfer facility (Ttf) — l’hub di riferimento europeo per il trading del gas — provocando forti picchi dei prezzi dell’energia elettrica soprattutto in Italia e Germania. Al contrario, aggiungono sempre gli esperti dell’istituto che che analizza mercati e politiche energetiche a livello globale, l’impatto è stato molto più limitato in Spagna e in Francia.

Come mai? Nella maggior parte dei mercati dell’Ue, il gas determina in genere il prezzo marginale solo per poche centinaia o al massimo 1.500 ore all’anno. In Italia superiamo le 5.000 ore all’anno (in un anno ci sono 8.760 ore). Questo fattore incide sul prezzo medio, che si ripercuote mensilmente sulla bolletta elettrica. 

In Italia e Germania la correlazione tra i prezzi del gas e dell’elettricità è molto più forte che in Spagna e Francia. Nel 2024, i prezzi all’ingrosso dell’elettricità in Francia e Spagna si sono infatti generalmente attestati nella fascia di 55–70 €/MWh. In Germania e nei Paesi Bassi, i prezzi erano più elevati e più volatili, in genere compresi tra 75 e 95 €/MWh. In Italia, i prezzi hanno costantemente raggiunto i 90–110 €/MWh. In questi primi quattro mesi del 2026, in Italia il prezzo dell’elettricità è stato mediamente superiore a 120 €/MWh, in Germania 95 €/MWh, in Francia ha oscillato tra 50 e 100, in Spagna tra 20 e 75 €/MWh. In Spagna l’energia elettrica all’ingrosso nel 2026 è costata meno della metà che in Italia.

Per la cronaca: il prezzo all’ingrosso dell’elettricità incide su metà circa delle bolletta finale pagata dal consumatore. Ma in Italia i costi fissi in bolletta (oneri di sistema e costi di rete) incidono maggiormente sulle famiglie e la piccola impresa: la grande industria energivora paga in proporzione di meno.

Come mai Francia e Spagna pagano di meno? In Francia, dove l’energia nucleare domina il mix di generazione, il gas determina il prezzo con relativa rarità. Anche in Spagna e in Portogallo, dove le energie rinnovabili rappresentano ormai il 60% della produzione annua, il ruolo del gas è limitato a periodi più brevi. 

Nel 2019 la Spagna copriva il suo fabbisogno di elettricità con il 39% di rinnovabili, nel 2025 è arrivata a coprire con eolico e solare il 56% e nei primi mesi del 2026 il 65% (dati del gestore di rete Red Eléctrica de España). Il totale di energia rinnovabile ha raggiunto lo scorso anno la cifra record di 150,8 TWh.

Nello stesso periodo noi siamo passati dal 37% di rinnovabili al 41% del 2025, scesi al 33% dei primi mesi 2026 (per effetto della scarsa insolazione invernale).

L’influenza dell’import dall’estero è per Spagna e Italia analogo, 10-13%. Il carbone il 2-3% come in Italia. Il nucleare fornisce in Spagna appena il 15%.

La differenza è fatta dalle rinnovabili. Anche in Italia le rinnovabili e, in particolare, il solare contribuisce e potrebbe contribuire alla diminuzione del costo dell’energia. Basti pensare all’andamento della prima asta del meccanismo “FER X Transitorio” che ha registrato un notevole interesse, soprattutto per il settore fotovoltaico, con un prezzo medio di aggiudicazione di meno di 57 €/MWh. In particolare per il fotovoltaico sono stati assegnati 7.697,6 MW a 474 impianti (16 MW in media), quasi interamente nuove costruzioni ad un prezzo medio ponderato sulla potenza si è attestato a 56,825 €/MWh.

Il problema è: ma questi impianti si realizzeranno? E quando?

Ormai non è più solo Legambiente e Elly Schlein ad accusa il governo. Emanuele Orsini, presidente Confindustria, ha scritto la settimana scorsa sui social: “Oggi in Italia abbiamo autorizzazioni ferme per oltre 4 mila impianti: circa 90 GW di fotovoltaico e 57 GW di eolico, per un totale di 147 GW di capacità energetica attualmente bloccata. Solo nel fotovoltaico, impianti per oltre 23 GW hanno già ottenuto la Valutazione di Impatto Ambientale e attendono l’autorizzazione finale.”

E il nucleare? I nuovi reattori produrranno, tra dieci o vent’anni, elettricità ad un prezzo stimato medio di 130 €/MWh (dati IEA), quindi almeno il doppio di sole e vento. Ma per ora, gli unici tre nuovi reattori in avanzata costruzione in Inghilterra, Svezia e Francia, hanno già più che raddoppiato i costi e chiesto aiuto agli stati. Il nucleare non sarà mai realizzato dal libero mercato, si farà se, come in Francia, i costi sono coperti dagli Stati che vogliono dotarsi di bombe atomiche.

Andrea Poggio

Data center e l’AI: possibile controllare?

C’è un giustificato allarme per l’uso pervasivo dell’intelligenza artificiale nelle nuove guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Preoccupazione anche a casa nostra di cinquantina di sindaci lombardi che si sono visti presentare richieste di nuovi “data center” dove i computers processeranno i dati con una mostruosa richiesta di 66 GW di potenza elettrica (oggi il picco dei consumi in Italia si attesta tra 55 e 60 GW). Preoccupazione anche nel lodigiano, per l’alta concentrazione di data center nel confinante milanese e per il “più grande data center europeo” previsto a Bertonico.

Sono state emanate linee guida da parte del Ministero Ambiente e Sicurezza Energetica e poco efficaci norme urbanistiche della Regione Lombardia: il Ministero ha già approvato 14 grandi data center, 5 di Microsoft altri di Amazon, Data4 (francese), Equiniix, Stack, Cyrus e infine gli italiani Noovle (TIM-Poste) e Aruba, unico vicino a Roma, tutti gli altri attorno a Milano, alimentati con le centrali fossili del lodigiano e del piacentino (la seconda e la terza provincia italiana per potenza termoelettrica installata).

In questi giorni sono stati il papa Leone XIV con l’Enciclica Magnifica Humanitas e il Governatore della Banca a portare l’attenzione sui problemi più importanti che pone l’intelligenza artificiale e la sua ricaduta territoriale, cioè di nuovi grandi impianti (hyperscale). Per entrambi non si deve fermare il progresso, ma scegliere bene e presto. Il titolo del terzo capitolo dell’Enciclica è significativo: “Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA”: il papa ci invita a “scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità… Il progresso tecnico, in sé prezioso, chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guidi e sui fini che persegue.” Papa Leone si richiama alla critica del “paradigma tecnologico” descritto da papa Francesco nella “Laudato sì”: quando le tecnologie “non capiscono ciò che producono”, “non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze”. Come i droni delle nuove guerre, che colpiscono chirurgicamente il bersaglio, fatto di soldati o civili, bambini, soccorritori, infermieri e giornalisti. Come le app che ci propongono infallibilmente acquisti dedotti in una conversazione privata. 

L’Europea ha cercato di regolare il controllo dei dati e costringere l’industria big-tech alla trasparenza, ma il presidente USA Donald Trump le ha difese minacciando nuovi dazi. Nel 2019 Shoshana Zuboff, docente di Harvard, scrisse “Il capitalismo della sorveglianza”, dal sottotitolo “Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” per chiedere ai governi di difendere la libertà dei cittadini. Qual’è allora la politica industriale del governo italiano con i 49 miliardi di euro del PNRR per la digitalizzazione dell’Italia?

Le conseguenze ambientali più preoccupanti dei data center sono legate ai consumi elettrici: secondo il Politecnico di Milano vedremo entro il 2030 ben 2 GW di nuova potenza impegnata che si tradurrà in un aumento di 14 TWh all’anno di consumi, quasi il 5% della domanda nazionale. Possibile che nessuno condizioni gli insediamenti a non sprecare e fornirsi di rinnovabili?

E infine c’è la speculazione immobiliare per ospitare i nuovi hyperscale: Terna (società che gestisce la rete elettrica) e Politecnico stimano che solo il 10% delle richieste di connessione andrà davvero in porto entro il 2040. E intanto si neghi immediatamente ogni autorizzazione al 90% delle 209 richieste che bloccano la rete elettrica.

Andrea Poggio (da Il Cittadino del 2 giugno 2026)

Legambiente apre lo sportello Giusta Transizione

Legambiente apre lo sportello Giusta Transizione

“Alla Festa dei Popoli del 23 maggio 2026 venite con la bolletta elettrica”. Legambiente LodiVerde sarà presente con lo sportello Giusta Transizione energetica per aiutare tutti a difendersi dal caro energia: Comunità Energetiche, cambiare consumi, cambiare fornitore e gruppo d’acquisto solare e impianti.

Legambiente Lodi - Banchetto Solare
Lodi Solare – banchetto Legambiente

Lodi, 19 maggio 2026. Oggi, in conferenza stampa presso la sede dell’associazione, Andrea Sari, Giusi Santus e Andrea Poggio,  i nuovi servizi volontari ai cittadini, agli enti e alle PMI che prendono la forma di un vero e proprio sportello per la “Giusta Transizione energetica”. Legambiente è tra i promotori il 23 maggio della Festa dei Popoli, sarà presente con un gazebo allo scopo di aiutare famiglie, italiane o emigrate, enti pubblici e privati e piccole imprese a cominciare a difendersi dal caro energia e dal caro bolletta. Ecco quel che ci proponiamo:

  • “venite con la vostra bolletta elettrica”, cartacea o anche pdf sul cellulare: vi aiutiamo a leggerla e comprendere cosa si può fare per ridurne l’impatto;
  • aderire alla Comunità Solare (www.coopsolare.it), 25 euro una tantum, la prima CERS del lodigiano con decine di impianti solari che già scambiano elettricità con i soci consumatori e percepisce dal GSE il premio incentivante l’autoconsumo locale in 9 configurazioni;
  • verificare e stimare il vantaggio di un cambiamento della fornitura elettrica o del gas;
  • verificare le possibilità di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili;
  • aderire a GAS Solare (gruppo d’acquisto solidale) per l’installazione di impianti fotovoltaici
  • verificare l’opportunità di estendere il GAS all’installazione di pompe di calore ad elettricità rinnovabile o smart box di ricarica elettrica o mezzi elettrici a due e quattro ruote.

È la nostra risposta al caro energia, al caro metano che si scarica anche sulle bollette elettriche diventate in Italia le più alte d’Europa dopo la guerra in Medio Oriente. L’Italia dipende dal gas d’importazione più di qualsiasi altro paese al mondo e se sommiamo al costo delle bollette anche quelle dei carburanti, la spesa energetica per le famiglie a reddito più basso incide sul 25% della spesa mensile. Mentre per i redditi più elevati, appena il 6%. È così che la “povertà energetica” porta a rinunce: il 30% delle famiglie soffrono il freddo d’inverno, rinunciano a viaggi e spostamenti o, quando pagano la bolletta della luce, non arrivano alla fine del mese (dati OIPE, Osservatorio nazionale povertà energetica).

I governi non devono spendere per abbassare universalmente i prezzi dei carburanti e delle bollette perché, come in un recente studio olandese, “il 70% del valore totale di una riduzione ampiamente applicata dell’accisa sul carburante finisca per beneficiare di gruppi a reddito medio e alto.” Gli unici che affrontano la crescente spesa energetica senza rinunce. Gli esperti internazionali (OCSE, Agenzia Internazionale per l’Energia) suggeriscono ai governi di spendere risorse pubbliche esclusivamente per incentivare l’efficienza energetica, i consumi di elettricità rinnovabile e ad aiutare i consumi e le scelte dei ceti medio-bassi: ad esempio promuovono interventi per l’efficienza nell’edilizia popolare, impianti solari, programmi per la sostituzione di caldaie con pompe di calore, l’acquisto di elettrodomestici efficienti e cucine ad induzione e pentole efficienti per i redditi medio bassi.

E sui trasporti si suggerisce di aumentare l’offerta di trasporto pubblico elettrico (treni e autobus), abbonamenti per studenti e lavoratori, bonus per l’acquisto di mezzi elettrici (anche a due ruote), mirati ai redditi minori.

Green Energy Day a Lodi

Green Energy Day a Lodi

Il 17 e il 18 aprile si terrà il “Green Energy Day”, la giornata dedicata alla Transizione Energetica: un’importante occasione di riflessione a livello nazionale sui temi della sostenibilità e dell’innovazione energetica. L’iniziativa prevede l’apertura al pubblico di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili e di aziende che abbiano intrapreso percorsi virtuosi di efficientamento energetico.

Legambiente Lodiverde ha scelto di aderire a questo evento promuovendo una giornata, in presenza e online, dedicata all’energia rinnovabile, alla decarbonizzazione, alla promozione della nostra “Comunità Solare” (www.coopsolare.it), a tutti gli impianti rinnovabili nel territorio e alla partecipazione alla transizione energetica.

Per partecipare all’iniziativa del mattino da remoto: ecco link (https://www.twitch.tv/comunitasolare),

Per partecipare al webinar del pomeriggio da remoto: ecco il link: Comunità e giusta Transizione | Partecipazione alla riunione | Microsoft Teamshttps://teams.microsoft.com/meet/358195173123024?p=taFadvhcm4Buhil3ix