Venerdì 15 Novembre 2024 ore 14:00 presso sala Fondazione Comunitaria di Lodi, si è tenuto un interessante confronto tra Comunità Energetiche Rinnovabili, con caratteristiche Solidali (CERS) nelle provincie della pianura lombarda ed emiliana. La CERS “Comunità Solare” cooperativa a mutualità prevalente, impresa sociale ETS, accompagnata da un gruppo d’acquisto (GAS) fotovoltaico, è ufficialmente partita, con i primi impianti e soci consumatori.
E’ stata l’occasione per presentare il lavoro svolto e le prime esperienze di comuni, associazioni, cooperative a Lodi e Piacenza e persino le fondazioni costituite per iniziativa della Diocesi di Cremona nei territori oltre Adda. L’evento ha aperto il Festival dei Diritti, promosso dal Centro Servizi Volontariato della Regione Lombardia, con gli interventi di saluto di Giuseppe Negri, a nome della Fondazione Comunitaria Lodi e di Giuseppe Mancini, per il coordinamento Umanità Lodigiana.
Dopo Riccardo Peasso (vedi VIDEO), che ha ricordato i primi progetti nel mantovano, Giuseppe Dasti ha presentato le 6 CERS (Caravaggio, Soresina, Castelverde, Sospiro, Gussola, Casalasco Viadanese) in corso di costituzione, che si propongono di destinare il 25% degli incentivi derivanti dalla condivisione dell’energia rinnovabile di cui beneficeranno, per finanziare progetti sociali. Le comunità cremonesi hanno saputo aggregare i comuni, le parrocchie e gli enti del terzo settore con il ruolo di soci fondatori: nel complesso sono stati coinvolti 27 Comuni, 27 Parrocchie, 18 ETS, per un totale di 72 enti. Vedi VIDEO Giuseppe Dasti. e la sua relazione.
Per il lodigiano e nel piacentino è nata un’unica Comunità energetica rinnovabile solidale (CERS) di interesse sovracomunale. Costituita il 2 luglio scorso, si chiama “Comunità Solare impresa sociale ETS” ed è una cooperativa, impresa sociale, senza fini di lucro (è un ente del terzo settore iscritto al RUNTS, registro provinciale delle associazioni). Contemporaneamente Legambiente e la rete Umanità Lodigiana stanno aiutando i privati a realizzare gli impianti con il Gruppo Acquisto Solare- GAS fotovoltaico: tutti entreranno in comunità, grazie anche ai contributi europei (40% in conto capitale PNRR nei comuni con meno di 5 mila abitanti). Secondo Andrea Poggio, neo presidente della Comunità, “si può fare, sarà un po’ complesso costituire e, soprattutto, gestire comunità energetiche, ma è anche possibile, utile e vantaggioso come sanno tutti coloro (un milione di italiani) che hanno un pannello solare sul proprio tetto. Installare pannelli solari in comunità è oggi un po’ più interessante, proprio perché lo si fa insieme, come dimostrano le esperienze illustrate nell’incontro”. Vedi VIDEO Andrea Poggio e la presentazione.
La parola alle testimonianze. Uno dei primi impianti solari “comunitari” sarà ospitato dalla Coop socialeIl Pellicano di Castiraga Vidardo, ha ricordato Enrico Castelvecchio, allo scopo di completare l’autosufficienza energetica della struttura di accoglienza e di lavoro. Con i fondi raccolti tra i soci della CERS, si realizzeranno 80 kW di solare. Parte dell’energia prodotta sarà direttamente consumata dal Pellicano, in cambio dell’affitto della superficie impegnata dai pannelli. Inoltre la Comunità Solare condividerà con tutti consumatori di Castiraga Vidardo e della zona di Sant’Angelo i vantaggi (il “premio”) dell’energia elettrica di “vicinato” usata. Infine 1.500 – 2.000 euro all’anno sarà destinato al fondo solidale per progetti sociali nel territorio.
Sandra Milas (assessora al Comune di Brembio) ha illustrato il progetto che sarà portato assemblea cittadina l’11 dicembre e che consiste nel realizzazione dell’impianto (più di 100 kW) è stato chiesto un contributo alla Fondazione Cariplo (20% dei costi) e prossimamente, con l’adesione alla CERS, al GSE (40% PNRR). Ogni cittadino di Brembio, insieme alle attività e alle associazioni, potrà diventare socio consumatore o persino “prosumer” della CERS cioè anche produttore con il nuovo impianto solare.
Per il Comune di Guardamiglio ha preso la parola il consigliere Stefano Ghidini, che sta facendo da pilota anche per i vicini comuni di Santo Stefano Lodigiano e Corno Giovine, appartenenti alla stessa “cabina primaria” di distribuzione elettrica. In tutti e tre i comuni si è già tenuta l’assemblea cittadina e il consiglio comunale di Guardamiglio ha già votato l’adesione a “Comunità Solare”. Insieme alla Fondazione Mezzadri, il Comune intende diventare anche “prosumer” della CERS, con impianti solari realizzati sui tetti delle case popolari e della scuola pubblica. Il Comune inoltre si è fatto promotore presso le imprese del territorio per la realizzazione di impianti importanti con il contributo PNRR. La prima ad aver risposto è stata la società Castagna.
Alberto Nicolini, AD di Castagna Univel spa, dirige media impresa che produce imballaggi (sacchetti e contenitori) in plastica per alimenti proprio a Guardamiglio. Tra i nuovi impianti realizzati dall’industria non mancheranno 880 kW di un impianto che “collegherebbero” virtualmente alla nostra CERS “Comunità Solare” ai consumatori della zona. Tutti ne trarranno benefici: il comune e tutti gli altri consumatori che aderiranno alla “Comunità Solare” potranno ricevere l’incentivo riconosciuto dalla rete elettrica per ogni kWh condiviso quando l’impianto di Castagna produce più di quanto consuma. Nicolini ha inoltre promesso di rinunciare al proprio ulteriore quota di guadagno e di volerlo destinare al “fondo solidale” destinato a progetti sociali per il territorio.
Fabio Zanardo (consigliere delegato del Comune di Cervignano d’Adda, ha presentato le tappe dell’adesione alla “Comunità Solare” e l’intenzione di concedere in comodato d’uso i propri tetti (municipio e scuola) per ospitare impianti solari comunitari in cambio dell’energia consumata direttamente dai propri contatori.
Laura Chiappa, presidente del circolo di Legambiente di Piacenza ha promosso la CERS “Comunità Solare” insieme ai lodigiani e lanciato a sua volta il quinto “GAS fotovoltaici” locale. Per Aurelio Ferrari, presidente della fondazione Danelli, aderire alla “Comunità Solare” realizzando con il contributo di Fondazione Cariplo dei propri impianti sarà indispensabile per affrontare gli elevati costi energetici necessari alla cura e all’assistenza dei ragazzi disabili e degli anziani non autosufficienti.
Ha chiuso l’incontro Barbara Meggetto, presidente di Legambiente Lombardia: “Raccontare queste esperienze ci aiuta a comprendere che l’energia deve essere prodotta e consumata in modo diverso. L’energia rinnovabile prodotta nelle esperienze delle CERS è un’opportunità che ci fa capire come farlo in modo giusto e sostenibile per tutti.” Vedi VIDEO interventi.
Davvero ritorna il nucleare in Italia? É vero che il posto più favorevole per le nuove centrali è lungo il Po, perché le centrali hanno bisogno di abbondanza d’acqua per raffreddarsi, come ai tempi della centrale di Caorso? Davvero il “nuovo” sarà diverso dalle centrali del secolo scorso? Sarà sicuro, piccolo e “modulabile”, come promettere il governo? Un generico disegno di legge del governo è passato alla camera e ora attende l’approvazione del Senato.
Si è fatta sentire la voce del più autorevole dei nostri fisici, il premio nobel Giorgio Parisi: Il nucleare “può essere un’opportunità se si pensa ai reattori di quarta generazione, ma di questi abbiamo soltanto dei prototipi e non abbiamo un’idea precisa di quando saranno disponibili e di quanto possano costare, né se funzioneranno” ma “quanto ai mini-reattori, i cosiddetti reattori modulari, li conosciamo meglio perché si basano sostanzialmente sulla tecnologia di terza generazione, ma il problema c’è e sono i costi: questi impianti sono troppo cari e, quindi, oggi non li vedo come una soluzione alternativa”.
Davvero non comprendiamo come si voglia tornare a parlare di centrali nucleari, nonostante gli enormi ritardi (anche vent’anni) nei tempi di costruzione delle ultime centrali in Europa, nonostante i costi crescenti e la catena di fallimenti delle grandi imprese specializzate nella produzione delle centrali e nel ciclo dell’uranio: le società statali francesi Areva ed Edf si sono ritirate dalla borsa e sono state salvate dal governo che ha sborsato decine di miliardi per evitare la banca rotta.
ha visto lievitare il costo a 67,4 miliardi, elettricità a 122 euro a megawattora. L’energia solare costa la metà. Negli Usa fallisce a fine 2022 la NuScale, la prima società per la realizzazione di reattori modulabile (SMR) dopo che i costi del primo reattore autorizzato sono cresciuti da 5,3 a 9,3 miliardi di dollari per appena 77 MW, a parità di potenza sarebbe costato il triplo del reattore francese. Il 29 ottobre 2024, ha portato i libri in tribunale un’altra azienda Usa del “nuovo nucleare”, è Ultra Safe Nuclear Corporation, società che sta sviluppando i Micro Modular Reactor o MMR, sistemi nucleari da 1,5-15 MW che Governo e Confindustria ipotizzavano di localizzare addirittura nelle industrie italiane. Ora il governo promuove l’americana (ma non dovevamo puntare all’indipendenza energetica?) Newcleo, che promette moduli da 200 MW, in gruppo di 4 reattori affiancati, in funzione non prima del 2032 negli Stati Uniti. E si tratta ancora di nucleare di terza generazione, la “vecchia” fissione nucleare dell’uranio che produce le stesse scorie e rifiuti radioattivi di lunga vita.
Ma se fosse vero che ora il nucleare non fa più paura, come mai l’Italia non ha ancora terminato la bonifica del sito di Caorso a 36 anni dalla sua chiusura? E come mai la società di stato Sogim non ha ancora trovato il deposito per le scorie radioattive a bassa e media attività, nonostante i 20 miliardi già prelevati dalle bollette elettriche pagate dagli italiani? E per le scorie ad alta attività (l’uranio e il plutonio) dove le metteremo?
Il Ministro della “sicurezza energetica” Picchetto Frattin, preferisce sviare alla domanda di dove sorgerà la prima “nuova” centrale nucleare italiana e propone che i primi prototipi di reattori SMR servano alla propulsione di navi. Col costo che hanno saranno navi militari. Niente di nuovo, dopo le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, le prime applicazioni nucleari sono servite per la propulsione di sommergibili e portaerei della US Army. Siamo così sicuri, dopo le guerre in Ucraina (che hanno coinvolto le centrali nucleari di Zaporizzja e di Cernobyl) e in Iran, con i bombardamenti dei siti nucleari, che il confine tra nucleare di pace e di guerra sia così netto?
Come è noto, i governo italiano e spagnolo hanno chiesto una deroga al patto di Stabilità per finanziare la riduzione degli effetti del caro energia. La Ue ha finalmente risposto che è possibile, nella misura di 12-15 miliardi, ma non per finanziare sconti generalizzati sui combustibili fossili. La deroga, come richiesto dalla Spagna, va usata per investire sulle rinnovabili e per aumentare i consumi elettrici per la mobilità e il riscaldamento perché maggiormente efficienti. L’economista Leonardo Becchetti ha usato una similitudine per spiegare la logica: “se un paziente affetto da una malattia grave si trova costretto a pagarsi la cura e ha a disposizione risorse aggiuntive non le spende certo tutte in antidolorifici, ma darà priorità al farmaco che può guarire”. La nostra malattia è la dipendenza dalle fonti fossili che ci espone ad aumenti del costo dell’energia che alimentano ondate inflazionistiche ogni qualvolta i prezzi di gas e petrolio risentono di qualche crisi o di qualche guerra: come nel 1973, nel 2012, nel 2022 con la guerra russo-ucraina e oggi con la chiusura dello stretto di Hormuz. Le impennate dei prezzi dell’energia, l’inflazione ha colpito maggiormente i ceti più poveri e aumentato le diseguaglianze.
L’Agenzia Internazionale per l’Energia (IEA) ha recentemente criticato quei paesi, come l’Italia, che spendono per abbassare universalmente i prezzi dei carburanti e delle bollette. Sbagliato perché sono misure molto costose (un miliardo al mese in Italia) che costringono a mantenere alta la pressione fiscale. Sbagliato perché “invia il segnale di mercato sbagliato, indebolendo gli incentivi per ridurre l’uso di energia e migliorare l’efficienza” e, mantenendo alti i consumi aumentano la penuria di gas e petrolio per tutta Europa. Sbagliato soprattutto perché “gran parte del sostegno finanziario non raggiunge coloro che ne hanno più bisogno: le famiglie a basso reddito che lottano per pagare le bollette energetiche. Poiché le famiglie a reddito più elevato tendono a spendere di più per l’energia in termini assoluti, le riduzioni dei prezzi su larga scala spesso offrono maggiori guadagni ai gruppi a reddito più elevato. Ad esempio, un recente studio nei Paesi Bassi stima che circa il 70% del valore totale di una riduzione ampiamente applicata dell’accisa sul carburante finisca per beneficiare di gruppi a reddito medio e alto.”
Gli sconti sulle accise favoriscono i ricchi
L’OCSE, che riunisce i paesi più ricchi, ha constatato che al culmine della crisi energetica del 2022, le famiglie a basso reddito nelle economie avanzate hanno speso circa un quarto del loro reddito in energia, in aumento di 4 punti percentuali rispetto al 2021. Al contrario, le famiglie a reddito più alto hanno speso appena il 5% del reddito, con un aumento di appena l’1%. Quindi, abbassare i prezzi per tutti, avvantaggia principalmente i redditi maggiori: gli altri, un terzo della popolazione, sta al freddo d’inverno e rinuncia a mettersi in viaggio.
Per queste ragioni, economisti ed esperti (anche non culturalmente di sinistra), propongono invece misure dal lato della domanda volte all’efficienza energetica e ad aiutare i consumi e le scelte dei ceti medio-bassi. Ad esempio, invece di ridurre il costo del gasolio, sono suggerite implementazione del trasporto pubblico elettrico (treni e autobus), riduzioni per gli abbonamenti per studenti e lavoratori, bonus per l’acquisto di mezzi elettrici (anche a due ruote), mirati ai redditi minori, come in India e in Francia e Germania.
Contro il caro bollette si promuovono interventi per l’efficienza nell’edilizia popolare, in Canada, in Europa e in Cina si è dato vita a programmi alla sostituzione di caldaie con pompe di calore, sovvenzionando le famiglie a basso e medio reddito. In Indonesia si incentivano cucine ad induzione e pentole efficienti.
E soprattutto, come dovunque nel mondo, si installano impianti solari ed eolici. Emanuele Orsini, presidente Confindustria, scrive sui social: “Oggi in Italia abbiamo autorizzazioni ferme per oltre 4 mila impianti: circa 90 GW di fotovoltaico e 57 GW di eolico, per un totale di 147 GW di capacità energetica attualmente bloccata. Solo nel fotovoltaico, impianti per oltre 23 GW hanno già ottenuto la Valutazione di Impatto Ambientale e attendono l’autorizzazione finale.” Soprattutto medio-grandi impianti fotovoltaici (10-20 MW) e pale eoliche (1-5 MW ciascuna), più convenienti e con il minor impatto ambientale.
Cosa si potrebbe fare subito?
La Lega ha risposto che si tratta di misure a lungo termine. Sbaglia: si possono trovare politiche ecologiche che, come certi farmaci svolgano sia la funzione di curare la malattia che alleviare il dolore, ad esempio usando i fondi che il governo italiano non ha ancora speso delle aste di carbonio (ETS, la “tassa” europea che la destra italiana vorrebbe abolire).
Il principale è l’Energy Release, un incentivo alle imprese per investire sulle rinnovabili per il proprio autoconsumo: lo stato (GSE) anticipa elettricità a basso prezzo per una durata pari a 36 mesi, in cambio dell’impegno alla realizzazione di impianti da fonti di energia rinnovabili attraverso i quali l’elettricità è restituita alla rete, nei venti anni successivi. La misura andrebbe subito finanziata maggiormente e calibrata sulle piccole e medie aziende italiane.
Analoga misura si può prevedere anche per le famiglie, costruendo un meccanismo analogo per le nascenti comunità energetiche. Per le comunità energetiche la situazione in Italia è addirittura opposta. Prima si spende per realizzare gli impianti e per aderire alla comunità di condivisione dell’energia rinnovabile, poi si attende più di un anno per il riconoscimento formale e l’arrivo di un anticipo del guadagno ottenuto dall’energia autoprodotta. Perché non semplificare il meccanismo e anticipare in bolletta almeno un acconto dell’autoconsumo a tutte le famiglie quando decidono di aderire ad una comunità energetica che si sia impegnata a realizzare un impianto rinnovabile nelle vicinanze. Il GSE comunica che ci sono 48mila richieste per impianti in CER a fronte di un migliaio già esistenti ed operanti. La Comunità Solare, la CERS cooperativa nata dalle associazioni lodigiane e piacentine, ne ha oggi 40 funzionanti e più di 80 in cantiere o in progetto: più di 4 milioni di euro di investimenti dei soci cooperatori, famiglie, piccoli comuni, cooperative sociali, associazioni e parrocchie.
La forza straordinaria dell’Italia è nella progettualità e nell’intraprendenza di cittadini e imprese, mentre le regole e la burocrazia di un governo che si dichiara liberista osteggiano la transizione energetica. Ci sono voluti 6 mesi per autorizzare il rigassificatone che ha smesso di operare dopo la chiusura dello stretto di Hormuz. Ci vogliono 3 anni per far funzionare una comunità energetica e 6 anni per autorizzare una pala eolica in mare. E si fanno leggi per realizzare nuove centrali nucleari importate dall’estero e di cui non esiste neppure un prototipo industriale al mondo.
La politica deve cambiare: l’Europa non è il problema, e la soluzione e il governo, nazionale e locale, deve liberare energie e aiutare imprese innovative e cittadini nella giusta transizione.
L’Institute for energy economics and financial analysis (Ieefa), in un recente report analizza la vulnerabilità energetica europea a causa dell’eccessiva dipendenza dal gas e, in particolare la debolezza dell’Italia, indicato come esempio di Paese comunitario particolarmente dipendente dal prezzo del GNL (metano liquefatto).
L’interruzione dei flussi di petrolio e di gas naturale liquefatto (Gnl) attraverso lo Stretto di Hormuz hanno aumentato i prezzi del gas sul Title transfer facility (Ttf) — l’hub di riferimento europeo per il trading del gas — provocando forti picchi dei prezzi dell’energia elettrica soprattutto in Italia e Germania. Al contrario, aggiungono sempre gli esperti dell’istituto che che analizza mercati e politiche energetiche a livello globale, l’impatto è stato molto più limitato in Spagna e in Francia.
Come mai? Nella maggior parte dei mercati dell’Ue, il gas determina in genere il prezzo marginale solo per poche centinaia o al massimo 1.500 ore all’anno. In Italia superiamo le 5.000 ore all’anno (in un anno ci sono 8.760 ore). Questo fattore incide sul prezzo medio, che si ripercuote mensilmente sulla bolletta elettrica.
In Italia e Germania la correlazione tra i prezzi del gas e dell’elettricità è molto più forte che in Spagna e Francia. Nel 2024, i prezzi all’ingrosso dell’elettricità in Francia e Spagna si sono infatti generalmente attestati nella fascia di 55–70 €/MWh. In Germania e nei Paesi Bassi, i prezzi erano più elevati e più volatili, in genere compresi tra 75 e 95 €/MWh. In Italia, i prezzi hanno costantemente raggiunto i 90–110 €/MWh. In questi primi quattro mesi del 2026, in Italia il prezzo dell’elettricità è stato mediamente superiore a 120 €/MWh, in Germania 95 €/MWh, in Francia ha oscillato tra 50 e 100, in Spagna tra 20 e 75 €/MWh. In Spagna l’energia elettrica all’ingrosso nel 2026 è costata meno della metà che in Italia.
Per la cronaca: il prezzo all’ingrosso dell’elettricità incide su metà circa delle bolletta finale pagata dal consumatore. Ma in Italia i costi fissi in bolletta (oneri di sistema e costi di rete) incidono maggiormente sulle famiglie e la piccola impresa: la grande industria energivora paga in proporzione di meno.
Come mai Francia e Spagna pagano di meno? In Francia, dove l’energia nucleare domina il mix di generazione, il gas determina il prezzo con relativa rarità. Anche in Spagna e in Portogallo, dove le energie rinnovabili rappresentano ormai il 60% della produzione annua, il ruolo del gas è limitato a periodi più brevi.
Nel 2019 la Spagna copriva il suo fabbisogno di elettricità con il 39% di rinnovabili, nel 2025 è arrivata a coprire con eolico e solare il 56% e nei primi mesi del 2026 il 65% (dati del gestore di rete Red Eléctrica de España). Il totale di energia rinnovabile ha raggiunto lo scorso anno la cifra record di 150,8 TWh.
Nello stesso periodo noi siamo passati dal 37% di rinnovabili al 41% del 2025, scesi al 33% dei primi mesi 2026 (per effetto della scarsa insolazione invernale).
L’influenza dell’import dall’estero è per Spagna e Italia analogo, 10-13%. Il carbone il 2-3% come in Italia. Il nucleare fornisce in Spagna appena il 15%.
La differenza è fatta dalle rinnovabili. Anche in Italia le rinnovabili e, in particolare, il solare contribuisce e potrebbe contribuire alla diminuzione del costo dell’energia. Basti pensare all’andamento della prima asta del meccanismo “FER X Transitorio” che ha registrato un notevole interesse, soprattutto per il settore fotovoltaico, con un prezzo medio di aggiudicazione di meno di 57 €/MWh. In particolare per il fotovoltaico sono stati assegnati 7.697,6 MW a 474 impianti (16 MW in media), quasi interamente nuove costruzioni ad un prezzo medio ponderato sulla potenza si è attestato a 56,825 €/MWh.
Il problema è: ma questi impianti si realizzeranno? E quando?
Ormai non è più solo Legambiente e Elly Schlein ad accusa il governo. Emanuele Orsini, presidente Confindustria, ha scritto la settimana scorsa sui social: “Oggi in Italia abbiamo autorizzazioni ferme per oltre 4 mila impianti: circa 90 GW di fotovoltaico e 57 GW di eolico, per un totale di 147 GW di capacità energetica attualmente bloccata. Solo nel fotovoltaico, impianti per oltre 23 GW hanno già ottenuto la Valutazione di Impatto Ambientale e attendono l’autorizzazione finale.”
E il nucleare? I nuovi reattori produrranno, tra dieci o vent’anni, elettricità ad un prezzo stimato medio di 130 €/MWh (dati IEA), quindi almeno il doppio di sole e vento. Ma per ora, gli unici tre nuovi reattori in avanzata costruzione in Inghilterra, Svezia e Francia, hanno già più che raddoppiato i costi e chiesto aiuto agli stati. Il nucleare non sarà mai realizzato dal libero mercato, si farà se, come in Francia, i costi sono coperti dagli Stati che vogliono dotarsi di bombe atomiche.
C’è un giustificato allarme per l’uso pervasivo dell’intelligenza artificiale nelle nuove guerre in Ucraina e in Medio Oriente. Preoccupazione anche a casa nostra di cinquantina di sindaci lombardi che si sono visti presentare richieste di nuovi “data center” dove i computers processeranno i dati con una mostruosa richiesta di 66 GW di potenza elettrica (oggi il picco dei consumi in Italia si attesta tra 55 e 60 GW). Preoccupazione anche nel lodigiano, per l’alta concentrazione di data center nel confinante milanese e per il “più grande data center europeo” previsto a Bertonico.
Sono state emanate linee guida da parte del Ministero Ambiente e Sicurezza Energetica e poco efficaci norme urbanistiche della Regione Lombardia: il Ministero ha già approvato 14 grandi data center, 5 di Microsoft altri di Amazon, Data4 (francese), Equiniix, Stack, Cyrus e infine gli italiani Noovle (TIM-Poste) e Aruba, unico vicino a Roma, tutti gli altri attorno a Milano, alimentati con le centrali fossili del lodigiano e del piacentino (la seconda e la terza provincia italiana per potenza termoelettrica installata).
In questi giorni sono stati il papa Leone XIV con l’Enciclica Magnifica Humanitas e il Governatore della Banca a portare l’attenzione sui problemi più importanti che pone l’intelligenza artificiale e la sua ricaduta territoriale, cioè di nuovi grandi impianti (hyperscale). Per entrambi non si deve fermare il progresso, ma scegliere bene e presto. Il titolo del terzo capitolo dell’Enciclica è significativo: “Tecnica e dominio. La grandezza della persona umana davanti alle promesse dell’IA”: il papa ci invita a “scegliere a quale progetto lavorare e con quale stile, per custodire e valorizzare la magnifica umanità… Il progresso tecnico, in sé prezioso, chiede un discernimento sulla visione antropologica che lo guidi e sui fini che persegue.” Papa Leone si richiama alla critica del “paradigma tecnologico” descritto da papa Francesco nella “Laudato sì”: quando le tecnologie “non capiscono ciò che producono”, “non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze”. Come i droni delle nuove guerre, che colpiscono chirurgicamente il bersaglio, fatto di soldati o civili, bambini, soccorritori, infermieri e giornalisti. Come le app che ci propongono infallibilmente acquisti dedotti in una conversazione privata.
L’Europea ha cercato di regolare il controllo dei dati e costringere l’industria big-tech alla trasparenza, ma il presidente USA Donald Trump le ha difese minacciando nuovi dazi. Nel 2019 Shoshana Zuboff, docente di Harvard, scrisse “Il capitalismo della sorveglianza”, dal sottotitolo “Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri” per chiedere ai governi di difendere la libertà dei cittadini. Qual’è allora la politica industriale del governo italiano con i 49 miliardi di euro del PNRR per la digitalizzazione dell’Italia?
Le conseguenze ambientali più preoccupanti dei data center sono legate ai consumi elettrici: secondo il Politecnico di Milano vedremo entro il 2030 ben 2 GW di nuova potenza impegnata che si tradurrà in un aumento di 14 TWh all’anno di consumi, quasi il 5% della domanda nazionale. Possibile che nessuno condizioni gli insediamenti a non sprecare e fornirsi di rinnovabili?
E infine c’è la speculazione immobiliare per ospitare i nuovi hyperscale: Terna (società che gestisce la rete elettrica) e Politecnico stimano che solo il 10% delle richieste di connessione andrà davvero in porto entro il 2040. E intanto si neghi immediatamente ogni autorizzazione al 90% delle 209 richieste che bloccano la rete elettrica.
“Alla Festa dei Popoli del 23 maggio 2026 venite con la bolletta elettrica”. Legambiente LodiVerde sarà presente con lo sportello Giusta Transizione energetica per aiutare tutti a difendersi dal caro energia: Comunità Energetiche, cambiare consumi, cambiare fornitore e gruppo d’acquisto solare e impianti.
Lodi Solare – banchetto Legambiente
Lodi, 19 maggio 2026. Oggi, in conferenza stampa presso la sede dell’associazione, Andrea Sari, Giusi Santus e Andrea Poggio, i nuovi servizi volontari ai cittadini, agli enti e alle PMI che prendono la forma di un vero e proprio sportello per la “Giusta Transizione energetica”. Legambiente è tra i promotori il 23 maggio della Festa dei Popoli, sarà presente con un gazebo allo scopo di aiutare famiglie, italiane o emigrate, enti pubblici e privati e piccole imprese a cominciare a difendersi dal caro energia e dal caro bolletta. Ecco quel che ci proponiamo:
“venite con la vostra bolletta elettrica”, cartacea o anche pdf sul cellulare: vi aiutiamo a leggerla e comprendere cosa si può fare per ridurne l’impatto;
aderire alla Comunità Solare (www.coopsolare.it), 25 euro una tantum, la prima CERS del lodigiano con decine di impianti solari che già scambiano elettricità con i soci consumatori e percepisce dal GSE il premio incentivante l’autoconsumo locale in 9 configurazioni;
verificare e stimare il vantaggio di un cambiamento della fornitura elettrica o del gas;
verificare le possibilità di ridurre la dipendenza dai combustibili fossili;
aderire a GAS Solare (gruppo d’acquisto solidale) per l’installazione di impianti fotovoltaici;
verificare l’opportunità di estendere il GAS all’installazione di pompe di calore ad elettricità rinnovabile o smart box di ricarica elettrica o mezzi elettrici a due e quattro ruote.
È la nostra risposta al caro energia, al caro metano che si scarica anche sulle bollette elettriche diventate in Italia le più alte d’Europa dopo la guerra in Medio Oriente. L’Italia dipende dal gas d’importazione più di qualsiasi altro paese al mondo e se sommiamo al costo delle bollette anche quelle dei carburanti, la spesa energetica per le famiglie a reddito più basso incide sul 25% della spesa mensile. Mentre per i redditi più elevati, appena il 6%. È così che la “povertà energetica” porta a rinunce: il 30% delle famiglie soffrono il freddo d’inverno, rinunciano a viaggi e spostamenti o, quando pagano la bolletta della luce, non arrivano alla fine del mese (dati OIPE, Osservatorio nazionale povertà energetica).
I governi non devono spendere per abbassare universalmente i prezzi dei carburanti e delle bollette perché, come in un recente studio olandese, “il 70% del valore totale di una riduzione ampiamente applicata dell’accisa sul carburante finisca per beneficiare di gruppi a reddito medio e alto.” Gli unici che affrontano la crescente spesa energetica senza rinunce. Gli esperti internazionali (OCSE, Agenzia Internazionale per l’Energia) suggeriscono ai governi di spendere risorse pubbliche esclusivamente per incentivare l’efficienza energetica, i consumi di elettricità rinnovabile e ad aiutare i consumi e le scelte dei ceti medio-bassi: ad esempio promuovono interventi per l’efficienza nell’edilizia popolare, impianti solari, programmi per la sostituzione di caldaie con pompe di calore, l’acquisto di elettrodomestici efficienti e cucine ad induzione e pentole efficienti per i redditi medio bassi.
E sui trasporti si suggerisce di aumentare l’offerta di trasporto pubblico elettrico (treni e autobus), abbonamenti per studenti e lavoratori, bonus per l’acquisto di mezzi elettrici (anche a due ruote), mirati ai redditi minori.
Il 17 e il 18 aprile si terrà il “Green Energy Day”, la giornata dedicata alla Transizione Energetica: un’importante occasione di riflessione a livello nazionale sui temi della sostenibilità e dell’innovazione energetica. L’iniziativa prevede l’apertura al pubblico di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili e di aziende che abbiano intrapreso percorsi virtuosi di efficientamento energetico.
Legambiente Lodiverde ha scelto di aderire a questo evento promuovendo una giornata, in presenza e online, dedicata all’energia rinnovabile, alla decarbonizzazione, alla promozione della nostra “Comunità Solare” (www.coopsolare.it), a tutti gli impianti rinnovabili nel territorio e alla partecipazione alla transizione energetica.
Lodi, 21 gennaio 2026. Noi a Lodi facciamo diverso, invece di un unico “Piano urbano per la mobilità sostenibile (PUMS)” ne facciamo due, affidati alla stessa società (il PIM di Milano). Le legge obbliga i Comuni con più di 100 mila abitanti a dotarsi di PUMS, ma suggerisce piani di area metropolitana e accorpamenti territoriali per dotarsi di incisive strategie d’intervento nel medio-lungo periodo (10 anni), al fine di orientare rilevanti risorse pubbliche (regionali, nazionali o persino europee) per la realizzazione di opere infrastrutturali per realizzare un cambiamento significativo verso una mobilità sostenibile, con obiettivi quantificati e misurabili nel tempo (viene richiesto un monitoraggio biennale dei piani, per individuare ritardi, criticità e prevedere correzioni di tiro).
Le associazioni che partecipano alla Consulta Ambiente del Comune di Lodi (ALAUS, Fiab, Legambiente, Movimento contro la Fame nel Mondo, Verde Bottiglia, Animum Ludendo Coles), opportunamente coinvolte dal Comune poco prima delle vacanze di Natale, hanno espresso le seguenti valutazioni:
“… la coerenza tra i due piani si riconosce nella quasi totale assenza di proposte di rilevanza strategica, capaci davvero di governare i cambiamenti epocali della mobilità.”
E poi ancora:“Le associazioni della Consulta invitano sia l’amministrazione Comunale di Lodi, che quella Provinciale:
alla collaborazione istituzionale e a condividere anche percorsi partecipativi comuni alla redazione ed elaborazione dei due rispettivi PUMS.
a richiedere di implementare sia i primi documenti strategici che le due simili Relazioni Ambientale strategiche presentati dal PIM con proposte di piano e infrastrutturali di rilevanza strategica, capaci davvero di rendere evidente l’orientamento verso la sostenibilità climatica e sociale del PUMS, definendo e coinvolgendo interlocutori e stakeholders interessati, individuando condizioni, risorse necessarie e tempi di attuazione delle principali proposte.”
Dobbiamo essere coscienti che già oggi il 30% della popolazione (media nazionale) lamenta rinunce nelle occasioni di lavoro, studio, cure sanitarie o relazione e svago, a causa dei costi o limitazioni dei servizi di mobilità (vedi Osservatorio Stili Mobilità Legambiente-Ipsos). Il PUMS avrà consenso se dà speranza di miglioramento di vita a Lodi nei prossimi anni. Se tutto rimane uguale, finiremo per litigare per il parcheggio di fronte a casa o per l’inutile apertura a senso unico di un sottopasso.
Ecco alcune proposte strategiche minime, alcune delle quali neanche nuove, ma assenti dal piano o, se citate, poco valorizzate. Il nostro fine è contribuire a un dibattito pubblico positivo, come quello che già si è aperto sui giornali nelle scorse settimane.
Oltre ai lavori in corso per il doppio binario sulla medio padana (Codogno-Mantova), chiediamo di introdurre nel PUMS il quadruplicamento della linea ferroviaria Tavazzano – Lodi (già previsto nel piano strategico RFI). Sul tema si sono espressi Comitati pendolari, istituzioni (Consiglio Regionale) e alcune forze politiche. Bene: è possibile che sia l’inizio della “metropolitana” Lodi-Milano? Perché RFI, TreNord e i Comitati Pendolari non sono previsti nel percorso del o dei PUMS? E’ da notare che sulle quasi 70.000 uscite quotidiane dai confini provinciali, oltre 46.000 sono dirette verso la provincia di Milano, 21.000 all’interno del Comune capoluogo: ma meno di un quarto prende il treno (dati 2020, probabilmente influenzati anche dalle restrizioni Covid).
Le stazioni ferroviarie del territorio devono divenire hub di mobilità sostenibile (con una strategia unitaria e integrata in tutto il lodigiano (e sud Milano) – quindi non solo dotati di capienti parcheggi auto, ma anche fermate TPL, taxi, sharing e una attenzione particolare alla presenza di servizi aperti e alla sicurezza. Il PUMS di Lodi presenta proposte importanti, ma tutte le altre stazioni? Nel lodigiano ci sono 12 comuni che gravitano (10 minuti a piedi) attorno a 9 stazioni. E’ da prevedere un hub anche a Sant’Angelo Lodigiano (linee bus Lodi-Pavia). L’Agenzia TPL, i Comuni e la Provincia, cosa possono o debbono fare insieme per costruire 10 hub di interscambio?
Implementare offerta ferroviaria (non bastano rotaie, ci vogliono treni, orari, biglietteria, abbonamenti integrati, servizi associati): i programmi vanno concordati e negoziati con Trenord, con l’Agenzia TPL e richiederanno risorse locali. Quali innovazioni si debbono introdurre nell’offerta (integrata) e come sostenere la domanda, specie presso le stazioni più piccole, dove la necessità è più debole?
Servizi TPL di linea con deviazioni a domanda e servizi a domanda anche con mini bus e van. Nel cremasco è attivo autobus a chiamata che si chiama MioBus ed è gestito da Autoguidovie. In diversi piccoli comuni sono attivi servizi (per anziani e disabili) gestiti anche con accordi con associazioni, cooperative sociali, volontari. Come sostenerli e estendere tali soluzioni? Quali servizi innovativi istituire (sharing ad esempio), quale forme decentrate e promosse dal basso promuovere?
In ambito urbano (come Legambiente e Fiab hanno scritto al Comune di Lodi) vanno previsti piani per la mobilità pedonale, oltre all’implementazione del piano per la mobilità ciclabile. Un piano che preveda il ridisegno dei percorsi e degli spazi pubblici (strade e piazze) a priorità ciclo-pedonale, un programma di cura e manutenzione (anche e soprattutto per l’utenza debole): lo stesso PIM (dati Regione Lombardia) ci fa osservare che la mobilità pedonale rappresenta oggi quasi la metà degli spostamenti interni alla città di Lodi. Ebbene, il PUMS di Lodi non dedica metà della sua attenzione alla mobilità sostenibile ciclo-pedonale. Abbiamo presentato la richiesta di garantire l’accessibilità ai quartieri ed ai servizi a tutti con tempi di percorrenza massimi di 15 minuti a piedi (“Citta dei 15 minuti”). Devono essere rimosse le barriere (attraversamenti pedonali e ciclabili di tangenziali, ferrovie o – quando possibile – corsi d’acqua) oppure aperti nuovi servizi (come farmacie, scuole o Casa di Comunità). In tutti gli altri casi (a causa di barriere, necessità occasionali, disabilità) devono essere garantita una ridondante offerta di servizi TPL, ciclabili, servizi alla domanda (taxi, sharing…) e – ultima ratio – l’accessibilità con auto privata e parcheggio, a condizioni e prezzi calmierati.
Si debbono progettare parcheggi (anche multipiano) al fine di intercettare le auto dirette nei centri cittadini o presso le stazioni, soprattutto a Lodi e nei centri maggiori.
Sicurezza stradale: i dati provinciali (2021 e 2022) misurano un aumento di tutti gli indicatori: incidenti lievi, incidenti con feriti e morti, che coinvolgono soprattutto automobili, ma anche e soprattutto ciclisti, più dei motociclisti e i pedoni. La strada più (frequentata e per questo più) pericolosa è la statale della via Emilia, soprattutto nel tratto a doppia corsia tangenziale a Lodi. Urge la messa a dimora di telecamere di controllo e la predisposizione di attraversamenti pedonali e ciclabili, oltre al sovrappasso della rotatoria della Faustina, vero nodo di traffico che provoca un aumento del traffico di attraversamento parassitario del centro cittadino.
Per la mobilità delle merci e logistica, il PUMS, come già prima il PGTP, sembra ignorare completamente la ferrovia. Il raddoppio dei binari lungo la tratta Codogno-Mantova è parte di un corridoio ferroviario pensato anche per le merci (Pavia-Cremona-Mantova), che si connette con Genova, Piacenza, Milano e Verona. Si potrebbero così valorizzare gli scali esistenti e le derivazioni ferroviarie di Casale, Codogno, Bertonico e, persino Lodi. Invece il PGTP e il PUMS si concentrano solo sul trasporto merci su gomma, con la previsione di nuovi grandi capannoni di logistica e logistica industriale (e relativo consumo di suolo) disseminati anche a dieci o più chilometri attorno alle ben 4 uscite autostradali (Melegnano, Lodi e Sant’Angelo, Casalpusterlengo e Guardamiglio.
Desideriamo contribuire ad un PUMS (o due coerenti) forte e impegnativo, con unica regia che accomuni Provincia e Comune di Lodi, capaci di aprire interlocuzioni “forti” con le istituzioni maggiori (in primis la Regione), e di cercare bandi e finanziamenti nazionali ed europei e, prima ancora, conquistare il forte sostegno degli stakeholders, dell’opinione pubblica e, quindi, della politica nel territorio. Senza ambizione non si fanno grandi passi avanti, al più si regola il traffico.
In allegato le Osservazioni mandata da Legambiente alla Provincia di Lodi sui primi documenti strategici presentati.
In un mese raccolte ben 601 firme di residenti e fruitori e 1.200 on line contro l’apertura alle auto. A Lodi cresce l’inquinamento auto nel 2025, seconda solo a Milano in Lombardia. Legambiente chiede al Comune un cambio di marcia: non possiamo perdere l’occasione del nuovo piano (PUMS) per ridurre traffico e inquinamento.
Da un mese, dal 23 novembre, tutte le domeniche mattina, il Comitato contro l’apertura al traffico del sottopasso della Bassiana organizza un presidio per raccogliere firme (con carta identità per documentare la residenza) solo tra i ciclisti e pedoni fruitori del sottopasso: ieri mattina, domenica 21 dicembre, ne sono state raccolte 601 firme uniche. Firme che si affiancano e in parte sovrappongono alla petizione su change.org: a ieri 1.207 firme on line. Molti, tra i fruitori, affermano che non passeranno più a piedi quando e se il sottopasso si aprisse al traffico. Per un confronto sarebbe sufficiente contare i passaggi pedonali e ciclabili al vicino sottopasso carrabile di via San Colombano.
Non avendolo fatto gli studi di Piano (PUMS), con una semplice App sul telefonino abbiamo provato a contare i passaggi al sottopasso lungo via Tiziano Zalli. Ad esempio, domenica 7 dicembre dalle ore 10:45 alle 11:45: Pedoni verso sinistra: 58 Pedoni verso destra: 51 Biciclette verso sinistra: 24 Biciclette verso destra: 27 Totale 160 passaggi in un’ora: tanto per una fredda domenica mattina d’inverno, con le scuole chiuse, pochissimi pendolari. Sino alle 11.15 – 11.30 del mattino prevalgono i passaggi da via Zalli verso corso Mazzini (quindi verso il centro), più tardi al contrario.
Cresce a Lodi l’inquinamento delle auto
Lodi è una piccola città di pianura, presa d’assalto dalle auto solo in alcune fasce orarie settimanali: quando si muovono i pendolari e si accompagnano gli studenti con l’autista (anche alle superiori). E quindi cresce l’inquinamento.
i dati raccolti dall’1 gennaio al 18 dicembre dalle centraline di rilevamento certificate di Arpa Lombardia confermano anche per il 2025 il trend complessivamente in miglioramento registrato negli anni precedenti. Come negli anni precedenti, nel 2025 sarà rispettato ovunque il limite annuale per il PM10 (40 microgrammi/m3) con concentrazioni che nella maggior parte delle città capoluogo saranno paragonabili o inferiori a quelle registrate nell’anno 2024. Permarranno ancora superamenti del limite sul numero di giornate (35) con concentrazione media superiore a 50 microgrammi per metrocubo: sforano Milano (64 giorni), Lodi (47), Monza (46), Cremona (44).
A Lodi è inquinamento provocato soprattutto il traffico. A Lodi ci sono 2 centraline: via Vignati e Sant’Alberto. Quella che “sfora” i limiti è la centralina di via Vignati (nel cortile della scuola, lungo i “passeggi”, dove si formano – un’ora al giorno – all’uscita dalle scuole e dal centro) code di auto ed autobus con motore acceso. La centralina di Sant’Alberto è invece collocata in zona periferica e più lontana dalle strade trafficate, per misurare l’inquinamento di fondo. Quindi anche il particolato e i nitrati provocati dall’agricoltura e dal riscaldamento (a metano e caminetti).
Il Piano per la mobilità sostenibile (PUMS).
Il Piano, di cui è stato finalmente pubblicato dopo 2 anni il Rapporto Ambientale e i primi elaborati, è sostanzialmente una prosecuzione dello status quo. Carente nella documentazione e poco ambizioso. Basti ad un dato, tra i tanti: si presuppone da oggi al 2030 un aumento del traffico auto del 6,5% (calcolato su base regionale!). Si stima (senza spiegare come e perché) che le azioni di piano comportino una riduzione del traffico del 5%. Quindi il piano prevede un aumento del traffico auto dell’1,5% al 2030.
Non è molto meglio l’analogo proposta di PUMS, elaborato sempre dal Centro Studi PIM di Milano, che sta scrivendo la Provincia: scarsa documentazione, poco trasporto pubblico e nessuna ambizione di cambiamento.
Legambiente chiede al Comune e alla Provincia di intervenire sui tecnici che stanno lavorando sul Piano per implementarlo con nuove proposte e soluzioni all’altezza dei problemi da affrontare: la mobilità è un diritto, la mobilità sostenibile è una necessità, è parte del welfare, è valore territoriale, è equità. Non può essere tutta delegata alla spesa delle famiglie che si debbono acquistare l’automobile e debbono mantenerla. La mobilità è oggi un servizio al 90% delegato alla spesa privata delle famiglie.
Questa è la differenza fondamentale tra i vecchi “piano del traffico” e i nuovi “piani della mobilità sostenibile” (PUMS) che in Italia e in Europa debbono servire per implementare l’offerta di mobilità per tutti e indirizzare gli investimenti pubblici e le nuove opere infrastrutturali nelle ferrovie, nel trasporto pubblico e nella mobilità pedonale, ciclabile e motorizzata. I PUMS del Comune e della Provincia, quale nuovo investimento pubblico significativo si propongono da qui a 10 anni? Leggendo nei primi elaborati dei PUMS non lo abbiamo capito.
Legambiente ha presentato le Osservazioni ufficiali alla proposta di PUMS elaborata dal centro studi PIM: un lavoro mediocre. Il Comune e la Provincia hanno sbagliata ad affidarsi al PIM. Il lodigiano si merita di più. Abbiamo un anno per correre ai ripari e far lavorare i tecnici su proposte più serie e ambiziose per muoverci di più, meglio e in sicurezza entro dieci anni.
Il Comune di Lodi ha pubblicato, dopo due anni di lavoro, il Rapporto Ambientale e i primi documenti programmatici del Piano Urbano per la Mobilità Sostenibile (PUMS) il primo novembre: oggi, 16 dicembre 2025, scadevano i termini per presentare le osservazioni, nella quasi generale disattenzione della città, preoccupata soprattutto dall’annunciata chiusura per sei mesi del ponte sull’Adda. E’ andata ancora peggio per il PUMS provinciale, che ha chiuso la fase di consultazione sui primi documenti con appena una quindicina di osservazioni, quasi tutte di comuni ed istituzioni.
Diciamo subito che si tratta di elaborati di piano mediocri, senza ambizione, in particolare quello provinciale. Gran parte della documentazione propedeutica raccolta è simile, anzi tante pagine sono proprio uguali. D’altra parte entrambi i piano sono stati affidati al PIM di Milano, un’associazione di enti locali, per evitare l’affidamento come gara pubblica. Il PIM aveva predisposto lo studio sul traffico per il nuovo supermercato dell’Esselunga a Lodi. Ma anche dal’esperianza regionale e nazionale Legambiente il PIM non è famoso per saper elaborare PUMS seri e ambiziosi. Già due anni fa Legambiente aveva espresso perplessità per la scelta del PIM e, in aggiunta sull’opportunità di due percorsi di piano, pagati due volte.
Si deve sapere che la legge obbliga ad elaborare PUMS solo le città con più di 100 mila abitanti e invita le città (Lodi ha 46 mila abitanti) ad associarsi al territorio contiguo: avrebbe avuto senso unire le forze ed affidarsi ad uno studio professionale più serio e capace di sviluppare un lavoro che ci aiutasse davvero a superare i problemi di mobilità del lodigiano.
Cosa serve il PUMS?
Il PUMS, come previsto nelle “Linee Guida” europee e dalla legge italiana, dovrebbero accompagnare per i prossimi 10 anni le aree urbane e i territori, a cambiare la mobilità in modo socialmente e ambientalmente sostenibile: per questa ragione sono piani strategici, che debbono mettere al centro la mobilità attiva (pedonale e ciclabile, nei centri abitati) e il trasporto pubblico. Redigere il piano è prerequisito per poter richiedere alla Regione, al Governo e all’Europa significativi investimenti per il trasporto pubblico (treni, linee autobus, hub intermodali). Da una prima letture dei documenti non ci sembra emergere né nuovi orientamenti strategici, né un rilancio significativo del trasporto pubblico. Interessante, ma ancora poco ambizioso, lo sforzo per rendere più accessibile e funzionale la stazione di Lodi.
Se il Piano servisse per raddoppiare tra dieci anni (sino a 4 binari) le rotaie tra Melegnano e Lodi, raddoppiando i treni (ogni 15 minuti), sarebbe un successo insperato e da solo giustificherebbe lo sforzo.
Le Osservazioni di Legambiente
Alcune azioni di piano proposte per Lodi sono interessanti: i quartieri 30 all’ora (per la sicurezza), il completamento delle piste ciclabili, il piano della sosta (sempre che venga poi fatto rispettare). Manca completamente la mobilità pedonale, manca una visione di futuro per rendere davvero accessibile per i pedoni non solo tutto il centro storico, ma anche i quartieri più densamente abitati e quelli oltre la ferrovia e l’Adda.
Legambiente propone per Lodi la strategia della “Città dei 15 minuti”, inventata dall’urbanista Carlos Moreno, per rendere accessibile a tutti (tutti i quartieri, tutti gli strati sociali) i servizi indispensabili alla vita urbana quotidiana: a quindici minuti si deve poter raggiungere a piedi il luogo di lavoro (o la stazione), la scuola, i negozi alimentari, il giardino pubblico, il servizio sanitario (ambulatorio o farmacia) e, ad orari diversi, cinema, teatro o il luogo di aggregazione. Prima ancora che ambientalista, la città Città dei 15 minuti è accessibile, è una proposta di democrazia e uguaglianza. E se non è possibile deve esserci il mezzo pubblico. Lo spostamento con l’auto privata è il più dispendioso per le famiglie: i costi reali delle auto nuove e della benzina sono cresciuti dell’80% in vent’anni, mentre il reddito medio degli italiani è fermo da trent’anni.
“Per Lodi, c’è una buona notizia. Lodi è già, per 2/3 degli abitanti almeno, una città dei 15 minuti a piedi” – si dimostra nel documento di Legambiente, che si può scaricare qui sotto. Ma per rendere accessibili i servizi quotidiani (e la stazione treno e autobus) a tutti si debbono connettere i quartieri periferici e soprattutto rimuovere le barriere: i sottopassi pedonali e ciclabili (stazione e via Piermarini) sono insufficienti e non vanno intasati di traffico auto, e la mobilità ciclo pedonale sull’unico ponte cittadino va migliorata.
Altro che aprire al traffico il sottopasso pedonale e ciclabile di via Piermarini. Piuttosto va diviso il percorso ciclabile da quello pedonale. Ma soprattutto il Comune deve richiedere al PIM di recuperato il tempo perso in questi due anni e pretendere dai tecnici che diano la giusta centralità all’accessibilità pedonale (e ciclabile) a tutti i quartieri e a tutti i servizi e alle destinazioni di interesse quotidiano a Lodi.
La Coop “Comunità Solare” ha superato 100 impianti in Comunità energetica solidale a Lodi, Piacenza e territori limitrofi: con i primi 30 impianti realizzati, inizia la campagna soci consumatori.
Domenica 30 si è chiuso il Bando dei fondi europei del PNRR per accedere ai contributi a fondo perduto (sino al 40%) per la realizzazione di impianti rinnovabili al servizio di comunità energetiche. Oggi a bando chiuso, i soci della nostra comunità – cooperativa hanno già realizzato o ordinato 108 impianti fotovoltaici per una potenza totale di 3.581 kW, distribuiti in tutte la cabine di distribuzione elettrica della provincia di Lodi, quasi tutta la provincia di Piacenza e in alcuni comuni del pavese (Landriano, Siziano e Bascapé) e del Milanese (Melegnano, Vermezzo e Gudo Visconti, Seregno e Desio): vedi www.coopsolare.it).
Il primo impianto fotovoltaico “comunitario”, realizzato a ottobre 2025 presso Il Pellicano a Castiraga Vidardo (LO)
In particolare:
36 impianti fotovoltaici già realizzati per un totale di 520 kW;
282 contatori di soci consumatori della comunità, in forte crescita da ottobre scorso;
6 comuni, 9 associazioni o fondazioni, 6 parrocchie o enti religiosi, 4 cooperative sociali, 22 PMI e tante famiglie;
4 impianti comunitari (di proprietà indivisa dei soci), di cui 2 già realizzati (160 kW);
sui 108 impianti: 96 domande contributo al PNRR (33 già approvati o realizzati), 12 realizzati o in cantiere con detrazioni fiscali o senza agevolazioni;
le prime 8 configurazioni riconosciute o in corso (ci vogliono 6-8 mesi!).
Gli impianti con il contributo 40% PNRR devono essere realizzati entro la prossima primavera. “Siamo tra le poche CER in Italia – ha ricordato Andrea Poggio, presidente della Coop Comunità Solare – ad aver raccolto l’adesione di così tanti soci produttori in un territorio limitato a due provincie. E’ un punto di forza che ci consente di creare comunità “vere”, di soci che possono davvero scambiarsi energia “a chilometro zero”, tra soci che si conoscono. E quindi di sviluppare insieme progetti territoriali.”
E’ ora il momento per l’adesione dei soci consumatori.
A promuovere la campagna di adesione alla coop Comunità Solare saranno gli stessi soci: le scuole che ospitano il solare inviteranno le famiglie degli alunni ad aderire, le parrocchie la propria comunità, le piccole e medie imprese i propri dipendenti e ogni famiglia i propri amici o vicini. I Comuni aderenti inviteranno i cittadini e le attività commerciali o artigianali. I negozi i loro clienti. I primi ad essere interessati ad avere tanti consumatori sono proprio i soci produttori della comunità. Perché? É semplice: se aumenta l’adesione, aumenta la condivisione dell’energia tra soci e proporzionalmente il premio incentivante di 13 centesimi per ogni kWh scambiato e quindi il “Fondo Solidale” disponibile per il territorio.
Possono aderire tutti i titolari di un contatore elettrico nei territori delle provincie di Lodi, Piacenza, del pavese (Landriano, Siziano e Bascapé) e di alcune zone del milanese (Melegnano, Vermezzo e Gudo Visconti, Seregno e Desio).
Come si fa ad aderire? In 3 modi:
compilare il modulo che si trova sul sito www.coopsolare.it facendo click sul bottone arancione “RICHIEDI ADESIONE” in alto a destra, e segui le istruzioni;
inviare tramite WhatsApp al numero 334 2367802
oppure alla mail info@coopsolare.it i propri dati e la la scansione della
• Carta di Identità / Codice Fiscale
• Ultima bolletta della luce
– si potrà ricevere la domanda di adesione pronta per essere firmata: insieme alla lettera firmata si dovrà versare almeno una azione di cooperazione pari a € 25,00 (una tantum e restituita al recesso).
Le richieste contributo PNRR – CER hanno splafonato lo stanziamento. Siamo fiduciosi su un esito positivo.
É stata un brutta vicenda, di improvvisazione e poca lungimiranza. Sulle CER erano stati stanziati 2.200 milioni di euro. Ai primi di ottobre ne risultavano prenotati appena 475 milioni. E il governo, temendo di non spendere i soldi, ha programmato una redistribuzione dei fondi lasciando alle CER appena 785 milioni. Che sono stati superati alla sera del 20 novembre.
Tra il 20 e il 30 novembre, le domande sono impennate, anche duemila nuovi impianti al giorno, sfiorando i 1.500 milioni. Quasi il doppio dei fondi ormai disponibili. I rappresentanti del Ministero (MASE), partecipando al convegno “Forum QualEnergia” indetto da Legambiente ieri a Roma ha assicurato una rassegnazione dei fondi del PNRR per cercare di finanziare il più possibile delle domande.
Siamo fiduciosi che il governo restituirà parte degli stanziamenti previsti per le CER anche per evitare che parte dei fondi PNRR a fondo perduto vengano persi dall’Italia. Non ce lo possiamo permettere.