Il fotovoltaico è una minaccia per l’agricoltura e per il lodigiano? Si dovrebbe fare solo sui tetti delle case e dei capannoni, altrimenti sarebbe “consumo” di suolo al pari della logistica e delle autostrade? Se si legge la letteratura scientifica, se si ascoltano gli esperti, gli agronomi e gli ecologi, si giunge alla conclusione opposta: moderni ed efficienti impianti fotovoltaici, accompagnati da una progettazione ecologica, promuovendo la creazione di siepi, alberate, zone umide e habitat diversificati di flora e fauna, insetti impollinatori e avifauna aiuterebbero l’agricoltura e migliorerebbero ambiente e biodiversità.
Tanto che l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza ha realizzato un impianto agrivoltaico alle spalle del campus, allo scopo di sperimentare coltura agricole compatibili. Con una potenza di picco di 500 kW, occupa 8.000 metri quadrati e copre circa il 60% del fabbisogno energetico dell’ateneo e l’eccedenza al servizio di una comunità energetica. La settimana scorsa Papa Leone XIV ha istituito la Fondazione “Fratello Sole” per realizzare un grande impianto agrivoltaico a Santa Maria di Galeria, nella campagna romana: l’impianto alimenterà la stazione radio lì presente e garantirà il sostentamento energetico di tutto lo Stato della Città del Vaticano.
Se l’impianto solare è privo di basamento in cemento, sostenuto da pali in acciaio, picchettati o avvitati nella nuda terra, sia l’Istituto per l’Ambiente italiano (ISPRA) che l’Europa (direttiva monitoraggio del suolo e Strategia biodiversità), sono definiti “rispettosi della biodiversità”, “infrastruttura verde” capace di coniugare benefici energetici, ecologici e sociali.

Luigi Moccia, del Consiglio Nazionale Ricerche (CNR), in un articolo sulla rivista “Ingegneria dell’Ambiente” in cui cita decine di pubblicazioni scientifiche, ci ricorda che meno del 3% delle campagne italiane è dedicato alla biodiversità (siepi e boschetti, fasce inerbite, canali erbosi e zone umide), un livello ben al di sotto dell’obiettivo nazionale di almeno il 10% indicato dalla Strategia Nazionale della Biodiversità: quindi almeno 875.000 ettari (su una superficie agricola utile totale di 12,5 milioni di ettari). Se i campi fotovoltaici occupassero solo un quinto di questa superficie avremmo già più di tutta l’energia elettrica solare necessaria all’Italia del 2050, secondo il Piano Nazionale (PNIEC), senza più petrolio, gas e neppure nucleare. Senza rinunciare alla produzione agroalimentare, aumenterebbe la biodiversità nelle aree agricole e si preserverebbero territori marginali altrimenti esposti ai dissesti causati dal cambiamento climatico. Luigi Moccia conclude: “Il proibizionismo solare, al contrario, ostacola il raggiungimento di questi obiettivi ecologici, privando il paese di un’opportunità unica per integrare energia pulita e tutela della natura.”
Qui potete scaricare l’articolo di Luigi Moccia, direttore di ricerca CNR.
Ma non sarebbe meglio tappezzare di pannelli solari tetti delle case e dei capannoni industriali? Sì, per una ragione fondamentale: perché sarebbe nella convenienza di chi ha un contatore elettrico sotto lo stesso tetto: l’energia autoconsumata dimezza la bolletta. Sui nuovi capannoni dovrebbe essere obbligatorio tappezzare il tetto di fotovoltaico. Ma non basta. Non basta perché gli impianti posti sui tetti sono in genere molto più piccoli, meno produttivi e quindi più costosi: l’elettricità prodotta da un impianto solare domestico costa il triplo di un impianto industriale. Abbastanza economica per l’autoconsumo, perché l’elettricità che paghiamo in bolletta costa molto di più (30 centesimi al chilowattore), ma per il mercato elettrico all’ingrosso si deve produrre a meno di 7 centesimi.
Andrea Poggio