Ci ritroviamo ad accogliere Annalisa Corrado, eurodeputata della segreteria PD, e Caterina Sarfatti, manager C40, le città del mondo contro la crisi climatica, il 28 sera a Lodi alla Festa Unità. Ma poi ecco i fitti appuntamenti di fine agosto e settembre.
Ecco il calendario delle iniziative, segnate sull’agenda quelle che vi interessano maggiormente:
Venerdì 28 agosto ore 21: FU provinciale di Lodi, Area Capanno, Giusta transizione energetica: caro bollette e rinnovabili, con Annalisa Corrado, europarlamentare, segreteria nazionale PD e coautrice de “Le ragazze e il colibrì” e Caterina Sarfatti, dirigente C40, grandi città del mondo contro la crisi climatica. Coordina Andrea Poggio. Ambientaliste, femministe, competenti e autorevoli: vale la pena conoscerle. Per chi è a Lodi l’appuntamento è imperdibile. Per chi vuole ci troviamo prima, alle 20 al ristorante della Festa.
27 agosto – 6 settembre (quasi) tutte le sere: banchetto informativo Giusta Transizione e contro Inceneritore di Vidardo, Legambiente e Comitato Ambiente Vidardo, area associazioni alla Festa PD Capanno: aggiorneremo appuntamenti sulla chat WA
6 settembre (domenica): accoglienza Circolo Parabiago a Lodi in visita in bici, pizza insieme e visita a Lodi
12 settembre, sabato ore 15, con CSV dai ragazzi ALER via Guido Rossa per Differenziare bene i nostri rifiuti
17 settembre, giovedì h 17:30 – call associazioni CSV e CERS Comunità Solare – le proposte giusta transizione per il Terzo Settore
20 settembre, domenica, Festa Volontariato, piazza Lodi, banchetto tutto il giorno. Alle 10 mattina al campo sportivo comunale di Santo Stefano Lodigiano, festa e banchetto CERS Comunità Solare
26 sabato settembre, sabato Puliamo il Mondo con la scuola + CERS Comunità Solare a Cervignano d’Adda
27 settembre, domenica Puliamo il Mondo a Lodi (da confermare)
3 ottobre, sabato, Giro Italia x la Pace a Lodi, manifestazione
Il disastro ambientale nella Muzza del 30 luglio 2026 è grave: dopo l’esposto, Legambiente chiede controlli e limitazioni alla centrale EP di Tavazzano: si deve iniziare a chiudere i gruppi più vecchi.Forte preoccupazione per l’impatto delle torri di raffreddamento proposte da EP e per il data center.
I climatologi hanno detto mille volte che ci sarebbero stati sempre più frequentemente anni caldi come il 2003. Ora è dolorosamente evidente che avevano ragione. Qualche buontempone si è domandato che problema ci fosse a sopportare estati tropicali in Italia. Poi i pronto soccorso si sono riempiti, la siccità e la grandine hanno falcidiato i raccolti, i lavoratori agricoli e dell’edilizia hanno cominciato a morire di caldo e sono arrivate le bollette nelle case con i condizionatori accesi. Non è caldo eccezionale, è crisi climatica e faremmo cattiva informazione se nascondessimo che è ora di abbandonare progressivamente e con decisione i combustibili fossili. Eppure facciamo di tutto per non dirlo e cercare rimedi palliativi.
Quando nei campi si è cominciato a contingentare l’acqua gli agricoltori si sono accorti che mancavano i bacini di raccolta dell’acqua piovana promessi dai piani governativi. Giusto raccogliere l’acqua piovana, anche nelle case e in città, ma darebbero acqua solo qualche giorno, visto che a svuotarsi sono i grandi laghi prealpini e che il Po porta così poca acqua che al Delta il cuneo salino è risalito di 25 chilometri, bruciando i campi.
Il caldo mette a rischio le infrastrutture, i treni si fermano a causa del gran caldo che mette a dura prova rotaie e ruote dei convogli, si susseguono i black out nelle città con i condizionatori accesi e si fermano le centrali elettriche in tutta Europa, anche nucleari, perché neppure il Danubio ha abbastanza acqua di raffreddamento. Eppure alla centrale di Tavazzano tirano dritto e succede il disastro: la Muzza il 30 luglio supera i 29-30 gradi e i pesci muoiono asfissiati. Poco più a valle, a Cornegliano d’Adda, è l’ecatombe di storioni d’allevamento. La centrale chiuderà solo il 5 agosto, Legambiente denuncia l’accaduto.
“Metteremo torri di raffredamento”, promettono dalla centrale, pur di non smettere di bruciare metano fossile.
Le torri di raffreddamento sono monumentali conoidi di cemento, alte tra i 60 e gli 80 metri e con un diametro di 50 metri. Per i 1.800 MW a Tavazzano ne occorrono anche tre o quattro. Più ancora se si farà il data center dichiarato “strategico” dal governo senza aver neppure avvisato i lodigiani. Dalle torri uscirà aria calda e vapore che si riverserà nell’atmosfera rovente e afosa delle nostre estati, con quali conseguenze sul clima locale, sulle coltivazioni e sulla carenza d’acqua, non è dato sapere. Per non parlare del paesaggio.
Ad ogni emergenza si cerca un rimedio che allevia temporaneamente il sintomo, ma non guarisce il male. Non viene in mente che la centrale deve chiudere, entro 10 o 20 anni al massimo. Invece delle grandi torri di raffreddamento Legambiente chiede giustamente la dismissione immediata dei gruppi più vecchi, dopo si parlerà di data center. Basta con le pezze peggio del buco.
E quando si prevedono città con il bollino rosso per le ondate di calore, non proponete solo di piantare alberi. Fatelo e basta, piantatene milioni, ma poi si deve togliere asfalto e ricostruire ecosistemi, installare milioni di pannelli solari e chiudere le caldaie a gas, comprese quelle del teleriscaldamento di Lodi. (9 agosto 2026) Ecco il documento completo scaricabile:
La decisione del TAR di venerdì scorso 26 giugno, ha dato torto a Ecowatt-Itelyum sui risarcimenti e sul Piano territoriale, ma ci ha riportato indietro di un anno e mezzo, all’apertura della conferenza di servizio e all’indizione dell’inchiesta pubblica. Noi associazioni avevamo proposto alla Provincia l’inchiesta pubblica come strumento di partecipazione e supporto tecnico e scientifico alla decisione: la Provincia di Lodi aveva giustamente avviato la sua costituzione a gennaio 2025 e Regione, Provincia e Comune di Castiraga Vidardo avevano indicato i tecnici di fiducia.
Il TAR ha confermato il diritto di Ecowatt-Itelyum di richiedere l’autorizzazione al nuovo mega inceneritore da 154.000 tonnellate, ma non certamente a vederselo autorizzato. Ora è facoltà della Provincia ricorrere al Consiglio di Stato per cercare di modificare anche la parte della sentenza favorevole all’industria, ma noi dobbiamo essere pronti a supportare al meglio un parere tecnico e ambientale contrario da parte dell’autorità competente, cioè della Provincia.
Noi di Legambiente, al pari di tutte le altre associazioni, le forze sociali e politiche siamo chiamati a mandare i nostri pareri motivati e chiedere che vengano acquisito agli atti anche quelli di altre istituzioni, esperti e scienziati favorevoli all’economia circolare, all’ambiente e alla salute pubblica, anche se non partecipano ufficialmente alla Conferenza dei servizi.
Mercoledì 1 luglio sera si riunisce il circolo Legambiente di Lodi per cominciare a preparare l’elenco dei pareri che l’organo tecnico collegiale che conduce l’inchiesta pubblica dovrebbe a nostro acquisire per giungere entro 3 mesi alla relazione conclusiva.
Legambiente alla manifestazione contro l’inceneritore
Quali le ragioni della nostra completa contrarietà anche alla proposta di Ecowatt-Itelyum, pur corretta in corsa tra nell’inverno dell’anno scorso?
La proposta di sostituzione della attuale linea dedicata ai rifiuti assimilabili agli urbani con una nuova di potenza maggiore (54.000 tonnellate) è la prima proposta da respingere senza appello: neppure l’impianto attuale di Ecowatt è previsto nella pianificazione regionale e la capacità degli altri 14 inceneritori lombardi è ben superiore alla nostra necessità: la nostra regione importa un milione di tonnellate di rifiuti solidi assimilabili, biomasse, dalle’Italia e persino dall’estero. Anzi, chiediamo che venga chiusa anche la piccola linea esistente: nel 2024 ha bruciato appena 11.000 tonnellate, occupato appena 6 dipendenti e creato puzze e fastidi alla comunità, come appurato anche dalla relazione Arpa sulle molestie olfattive.
Sulla richiesta di altre due nuove linee di incenerimento massivo per circa 100.000 tonnellate che comprendono quasi tutte le tipologia di rifiuti industriali (esclusi radioattivi): circa 300 tipologie di rifiuti. Si potevano trattare persino i rifiuti inerti, fanghi di depurazione che debbono essere riciclati (come i fosfati, materiali critici), terre ed alcuni metalli, persino quel che non brucia. Tanto che Italyum, accortosi dell’errore ha ridotto le tipologie che inizialmente erano oltre 400.
Tutte queste tipologie di rifiuti prevedono tipologia di impianti di trattamento diversificati: persino gli inceneritori esistenti in Lombardia ed Europa sono in genere idonei a trattarne alcuni e non altri. Si tratta quindi di rifiuti per i quali, in contrasto con il principio di prossimità, esiste un mercato continentale, se non mondiale. La Lombardia ne importa e ne esporta milioni di tonnellate.
Ci opponiamo anche a questa proposta di inceneritore per rifiuti industriali pericolosi perché contraddisce i principi delle norme italiane ed europee di economia circolare, non spreco, differenziazione, riciclaggio e trattamento dei rifiuti. Le leggi prevedono infatti di recuperare e riciclare la maggior parte dei rifiuti, specie industriali, minimizzando il ricorso alle discariche e all’incenerimento perché, entrambi i sistemi, impediscono il riuso e riciclo dei materiali. Trattare e bruciare, tutti insieme, 300 codici di rifiuti, recuperabili o meno, combustibili o meno, non si può più fare. Per non sprecare, soprattutto materiali critici, ma anche materie prime e energia.
infine, bruciare tutto insieme in una delle provincie più inquinate d’Italia e d’Europa, importando rifiuti da altre regioni e persino dall’estero, è sbagliato. Siamo una delle provincie d’Italia con le maggiori emissioni di CO2 per unità di superficie e pro capite, una di quelle dove le sostanze inquinanti nell’aria permangono per giorni (vedi indicatori qualità dell’aria), presso una delle autostrade più frequentate, saremmo tenuti a ridurre gli inquinanti più diffusi di diverse volte: in alcuni casi dimezzare, come per il particolato e gli ossidi d’azoto, in altri di un ordine di grandezza, come le emissioni di carbonio. Perché allora aggiungere la combustione di 154.000 tonnellate di rifiuti, in gran parte di origine fossile (petrolio o che richiedono nuovo petrolio e metano per essere nuovamente prodotti)?
Ci rendiamo conto che quest’ultimo argomento può essere considerato da alcuni (come Itelyum) ambientalmente e sanitariamente debole: diranno “siete già inquinati, un aumento di trascurabile delle emissioni dovute all’inceneritore, non peggiorerà significativamente l’ambientale e la durata della vita dei lodigiani”. E no, non siamo d’accordo. Proprio perché dovremmo ridurre di 10 volte l’inquinamento dell’autostrada del Sole e delle centrali elettriche (2.700 megawatt) non capiamo perché dovremmo aggiungere 1540.000 tonnellate di rifiuti di importazione da bruciare.
Il fotovoltaico è una minaccia per l’agricoltura e per il lodigiano? Si dovrebbe fare solo sui tetti delle case e dei capannoni, altrimenti sarebbe “consumo” di suolo al pari della logistica e delle autostrade? Se si legge la letteratura scientifica, se si ascoltano gli esperti, gli agronomi e gli ecologi, si giunge alla conclusione opposta: moderni ed efficienti impianti fotovoltaici, accompagnati da una progettazione ecologica, promuovendo la creazione di siepi, alberate, zone umide e habitat diversificati di flora e fauna, insetti impollinatori e avifauna aiuterebbero l’agricoltura e migliorerebbero ambiente e biodiversità.
Tanto che l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza ha realizzato un impianto agrivoltaico alle spalle del campus, allo scopo di sperimentare coltura agricole compatibili. Con una potenza di picco di 500 kW, occupa 8.000 metri quadrati e copre circa il 60% del fabbisogno energetico dell’ateneo e l’eccedenza al servizio di una comunità energetica. La settimana scorsa Papa Leone XIV ha istituito la Fondazione “Fratello Sole” per realizzare un grande impianto agrivoltaico a Santa Maria di Galeria, nella campagna romana: l’impianto alimenterà la stazione radio lì presente e garantirà il sostentamento energetico di tutto lo Stato della Città del Vaticano.
Se l’impianto solare è privo di basamento in cemento, sostenuto da pali in acciaio, picchettati o avvitati nella nuda terra, sia l’Istituto per l’Ambiente italiano (ISPRA) che l’Europa (direttiva monitoraggio del suolo e Strategia biodiversità), sono definiti “rispettosi della biodiversità”, “infrastruttura verde” capace di coniugare benefici energetici, ecologici e sociali.
Luigi Moccia, del Consiglio Nazionale Ricerche (CNR), in un articolo sulla rivista “Ingegneria dell’Ambiente” in cui cita decine di pubblicazioni scientifiche, ci ricorda che meno del 3% delle campagne italiane è dedicato alla biodiversità (siepi e boschetti, fasce inerbite, canali erbosi e zone umide), un livello ben al di sotto dell’obiettivo nazionale di almeno il 10% indicato dalla Strategia Nazionale della Biodiversità: quindi almeno 875.000 ettari (su una superficie agricola utile totale di 12,5 milioni di ettari). Se i campi fotovoltaici occupassero solo un quinto di questa superficie avremmo già più di tutta l’energia elettrica solare necessaria all’Italia del 2050, secondo il Piano Nazionale (PNIEC), senza più petrolio, gas e neppure nucleare. Senza rinunciare alla produzione agroalimentare, aumenterebbe la biodiversità nelle aree agricole e si preserverebbero territori marginali altrimenti esposti ai dissesti causati dal cambiamento climatico. Luigi Moccia conclude: “Il proibizionismo solare, al contrario, ostacola il raggiungimento di questi obiettivi ecologici, privando il paese di un’opportunità unica per integrare energia pulita e tutela della natura.”
Ma non sarebbe meglio tappezzare di pannelli solari tetti delle case e dei capannoni industriali? Sì, per una ragione fondamentale: perché sarebbe nella convenienza di chi ha un contatore elettrico sotto lo stesso tetto: l’energia autoconsumata dimezza la bolletta. Sui nuovi capannoni dovrebbe essere obbligatorio tappezzare il tetto di fotovoltaico. Ma non basta. Non basta perché gli impianti posti sui tetti sono in genere molto più piccoli, meno produttivi e quindi più costosi: l’elettricità prodotta da un impianto solare domestico costa il triplo di un impianto industriale. Abbastanza economica per l’autoconsumo, perché l’elettricità che paghiamo in bolletta costa molto di più (30 centesimi al chilowattore), ma per il mercato elettrico all’ingrosso si deve produrre a meno di 7 centesimi.
Davvero ritorna il nucleare in Italia? É vero che il posto più favorevole per le nuove centrali è lungo il Po, perché le centrali hanno bisogno di abbondanza d’acqua per raffreddarsi, come ai tempi della centrale di Caorso? Davvero il “nuovo” sarà diverso dalle centrali del secolo scorso? Sarà sicuro, piccolo e “modulabile”, come promettere il governo? Un generico disegno di legge del governo è passato alla camera e ora attende l’approvazione del Senato.
Si è fatta sentire la voce del più autorevole dei nostri fisici, il premio nobel Giorgio Parisi: Il nucleare “può essere un’opportunità se si pensa ai reattori di quarta generazione, ma di questi abbiamo soltanto dei prototipi e non abbiamo un’idea precisa di quando saranno disponibili e di quanto possano costare, né se funzioneranno” ma “quanto ai mini-reattori, i cosiddetti reattori modulari, li conosciamo meglio perché si basano sostanzialmente sulla tecnologia di terza generazione, ma il problema c’è e sono i costi: questi impianti sono troppo cari e, quindi, oggi non li vedo come una soluzione alternativa”.
Davvero non comprendiamo come si voglia tornare a parlare di centrali nucleari, nonostante gli enormi ritardi (anche vent’anni) nei tempi di costruzione delle ultime centrali in Europa, nonostante i costi crescenti e la catena di fallimenti delle grandi imprese specializzate nella produzione delle centrali e nel ciclo dell’uranio: le società statali francesi Areva ed Edf si sono ritirate dalla borsa e sono state salvate dal governo che ha sborsato decine di miliardi per evitare la banca rotta.
ha visto lievitare il costo a 67,4 miliardi, elettricità a 122 euro a megawattora. L’energia solare costa la metà. Negli Usa fallisce a fine 2022 la NuScale, la prima società per la realizzazione di reattori modulabile (SMR) dopo che i costi del primo reattore autorizzato sono cresciuti da 5,3 a 9,3 miliardi di dollari per appena 77 MW, a parità di potenza sarebbe costato il triplo del reattore francese. Il 29 ottobre 2024, ha portato i libri in tribunale un’altra azienda Usa del “nuovo nucleare”, è Ultra Safe Nuclear Corporation, società che sta sviluppando i Micro Modular Reactor o MMR, sistemi nucleari da 1,5-15 MW che Governo e Confindustria ipotizzavano di localizzare addirittura nelle industrie italiane. Ora il governo promuove l’americana (ma non dovevamo puntare all’indipendenza energetica?) Newcleo, che promette moduli da 200 MW, in gruppo di 4 reattori affiancati, in funzione non prima del 2032 negli Stati Uniti. E si tratta ancora di nucleare di terza generazione, la “vecchia” fissione nucleare dell’uranio che produce le stesse scorie e rifiuti radioattivi di lunga vita.
Ma se fosse vero che ora il nucleare non fa più paura, come mai l’Italia non ha ancora terminato la bonifica del sito di Caorso a 36 anni dalla sua chiusura? E come mai la società di stato Sogim non ha ancora trovato il deposito per le scorie radioattive a bassa e media attività, nonostante i 20 miliardi già prelevati dalle bollette elettriche pagate dagli italiani? E per le scorie ad alta attività (l’uranio e il plutonio) dove le metteremo?
Il Ministro della “sicurezza energetica” Picchetto Frattin, preferisce sviare alla domanda di dove sorgerà la prima “nuova” centrale nucleare italiana e propone che i primi prototipi di reattori SMR servano alla propulsione di navi. Col costo che hanno saranno navi militari. Niente di nuovo, dopo le bombe atomiche di Hiroshima e Nagasaki, le prime applicazioni nucleari sono servite per la propulsione di sommergibili e portaerei della US Army. Siamo così sicuri, dopo le guerre in Ucraina (che hanno coinvolto le centrali nucleari di Zaporizzja e di Cernobyl) e in Iran, con i bombardamenti dei siti nucleari, che il confine tra nucleare di pace e di guerra sia così netto?